Il fuoco della nostalgia che arde nel cuore di chiunque sia cresciuto negli anni ’80 quando si parla di serie animate giapponesi trasmesse in quel periodo è in grado di riaccendere la memoria sui piacevoli pomeriggi trascorsi davanti alla televisione. Si tratta di una forza che può far schiudere molti portafogli , visto che per cavalcare l’onda dei ricordi si è disposti a comprare un DVD, una maglietta o un astuccio… Tra i personaggi degli anime di quegli anni che ancora sono presenti in quantità massiccia nei negozi, tra un Lupin e un Kenshiro, c’è il buffo cane bianco Spank, con il suo irresistibile sorriso che gli occupa metà faccia. Ma se appena sentiamo la frase “Mi piaceva così tanto Hello! Spank” fermassimo chi la pronuncia, nella maggior parte dei casi chiedendo qualche informazione in più raccoglieremmo solo una serie di sorrisi legati a quel cane brutto e pasticcione, la sua buffa parlata, i suoi occhi a cuoricino per l’amata Micia e i battibecchi con Torakiki. Ma la trama? Qual era la storia di Hello! Spank? Di fronte a domande così scomode inizia sorgere qualche dubbio… ma poco importa, quant’era divertente quando chiamava piagnucolando la sua Bimba Iaia!
Scopriamo di cosa parlava tornando alle origini del personaggio, ovvero il manga che ha fatto la sua prima apparizione in Giappone nel dicembre 1978.

Hello! Spank (Ohayo! Spank) viene pubblicato sulla rivista mensile “Nakayoshi” di Kodansha e successivamente raccolto in 7 tankobon portati anche in Italia, prima da Play Press e poi da GP Publishing. Il manga è disegnato da Shizue Takanashi (Magica DoReMi) e scritto da Shun’ichi Yukimuro, sceneggiatore di numerosi anime di successo come Getter Robot, Candy Candy, Dr. Slump & Arale e Dragon Ball, qui alla sua unica esperienza a fumetti. La protagonista della storia è Aiko, una quattordicenne che assiste alla morte sotto un camion del suo cane Papy. Sopraffatta dal dolore, si ritrova ad occuparsi di Spank, uno strano cane che si autoinvita a casa sua e dal quale inizialmente Aiko è infastidita, ma col tempo la sua compagnia la aiuta a superare la perdita. La ragazza incontra di nuovo Rei, il ragazzo che ha investito Papy, che ha una grande passione per le barche. Aiko ne rimane affascinata, oltre a scoprire che potrebbe essere in grado di aiutarla a rintracciare il padre scomparso in mare quando lei era ancora una bambina.La storia non offre granché, soprattutto a un lettore del 2013 abituato a ben altri stili narrativi: il pathos con cui i personaggi reagiscono agli eventi e il modo forzato con cui questi si susseguono danno l’impressione di stare guardando una soap opera di media fattura, nella quale si fatica a credere all’umanità dei personaggi e ad emozionarsi grazie a loro. Spank, probabilmente nato come spalla comica o elemento di rottura della vicenda principale, riesce fin troppo bene nel suo compito, al punto da diventare il principale (se non l’unico) elemento d’interesse per cui si prosegue la lettura. Gli eventi cominciano poi a susseguirsi con un ritmo quasi schizofrenico, con grandi sogni che una volta realizzati vengono accantonati fin troppo rapidamente, personaggi che litigano e fanno pace più volte nel giro di poche pagine, reazioni emotive esagerate che spesso sfociano nel melodrammatico. Non sappiamo se questo giudizio sia legato all’essere un lettore odierno: forse per uno shojo manga di fine anni ’70 Hello! Spank rimane comunque un titolo sopra la media, ma gli interventi comici di Spank risaltano al di sopra dell’improbabile vicenda. Ecco allora, per assurdo, che rispetto alla storia principale seguiamo con più entusiasmo i tentativi di Spank di diventare un poliziotto, il suo spasimare per la micia Catty o i battibecchi col gattone Torakichi. Nel frattempo, tra un’espressione strampalata e l’altra di Spank, Aiko riesce a ritrovare suo padre, ma dopo poche pagine non dimostra più grandi segni d’affetto nei confronti del genitore scomparso. La protagonista si comporta come una banderuola al vento, i cui sentimenti e priorità cambiano fin troppo rapidamente in base alle necessità della storia: prima terrorizzata dalla possibilità che i suoi genitori si vogliano trasferire a Parigi portandola con sé e facendole abbandonare tutti i suoi amici, rimane poi sconvolta dal fatto che decidano di partire da soli lasciandola in Giappone. Il trauma seguente è il trasferimento di Rei, fatto che Aiko supera però abbastanza rapidamente e senza troppi strascichi, alle prese con l’inizio delle superiori e un nuovo interesse sentimentale in puro stile shojo manga. In tutto ciò, durante alcuni passaggi si ha quasi l’impressione che gli sviluppi della vicenda siano una serie di input assemblati solo per dare a Spank la possibilità di esibirsi nei suoi teatrini comici, o per metterlo in condizioni da dimostrare la tenerezza e la generosità del personaggio.

Poi, all’improvviso, Hello! Spank diventa un altro manga.
Senza alcun segnale di quanto stia per avvenire, il quinto volume comincia con una brusca virata della trama: Spank vaga solitario per la città, dopo che Aiko si è trasferita in Francia senza di lui abbandonandolo in Giappone e nessuno dei suoi amici ha voluto occuparsene.
Shock.
Un fatto così importante non ci viene nemmeno mostrato, ma lo impariamo attraverso alcune fredde didascalie, probabilmente perché sarebbe stato impossibile raccontare normalmente questi eventi senza far sembrare dei mostri senza cuore i protagonisti della prima parte del fumetto.
È quello che gli Americani chiamano reboot, o la creazione di uno starting point per i nuovi lettori, ma oltre ad essere una pratica abbastanza inusuale per i manga, è evidente come la cosa sia stata gestita in modo poco ispirato creando una cesura troppo netta con quanto visto fino a quel momento.
Una decisione simile da parte dell’autore sarebbe stata l’occasione per inserire Spank in situazioni differenti… ma invece no: la sua nuova padroncina è una ragazzina di nome Ai, con un interesse amoroso che ricorda fin troppo quanto è avvenuto ad Aiko nei primi 4 tankobon. L’atmosfera che si respira è più leggera e spensierata rispetto alla prima parte, ma l’ambientazione scolastica riporta tutto ai tratti caratteristici del genere shojo, diventando così qualcosa di già visto fin troppe volte.
Non ci sarebbe alcun legame con la prima metà del manga se non fosse che a un certo punto, per fornire una spalla a Spank, assistiamo al ritorno di Torakichi. Non è però il gattone grande come Spank che conoscevamo, ma improvvisamente le sue dimensioni si sono dimezzate. È impossibile non domandarsi il perché di questo cambio palese, al quale non viene fatto il minimo accenno, e l’unica risposta che sorge spontanea è che gli autori continuino a proporre ciò che gli sembra più adatto in quel momento, senza preoccuparsi di mantenere una continuità all’interno dell’opera, così come avviene per la storia.
Gradualmente infatti gli episodi diventano sempre più autoconclusivi, rendendo Spank il vero protagonista e relegando i diversi umani che incontra al ruolo di personaggi secondari da aiutare. Anche se non ci sono più sviluppi sulla trama orizzontale, il fumetto sembra aver trovato una sua identità più definita: di volta in volta vediamo Spank deciso ad unirsi a una banda di teppisti, travestirsi da Babbo Natale per portare regali, e addirittura alle prese con la scoperta che gli rimangono pochi giorni di vita.

spankbotta

Il finale del manga mette il personaggio di fronte a una situazione difficile: il ritorno di Aiko dalla Francia.
Cosa succederà? Spank tornerà con la sua padroncina storica che però l’ha abbandonato senza troppi riguardi, o resterà con Ai, alla quale si sta affezionando e dalla quale non è mai stato tradito?
Si tratta di una scelta ardua, una sorta di cross-over tra le due diverse parti del manga, che permette di rivedere qualche vecchia conoscenza e al contempo di tirare le fila del racconto fondendo quelle che fino a questo punto erano state due metà distinte. È di sicuro una buona idea che avrebbe potuto risolversi in maniera gratuita, ma fortunatamente l’autore nonostante qualche incoerenza di fondo, è riuscito comunque a dare una degna conclusione al fumetto.

Hello! Spank è un manga mediocre, che mostra molte debolezze anche dal punto di vista grafico: i modelli dei personaggi sono abbastanza poveri e solo dopo qualche volume riescono a stabilirsi su uno standard piacevole all’occhio. Le tavole in molti casi sono tirchie di dettagli, con vignette fin troppo bianche che presentano solo gli sfondi indispensabili.
Considerando anche tutte le imperfezioni della storia di cui ho parlato sopra, è quindi un fumetto che non vale la pena nemmeno prendere in considerazione? No, è comunque un’opera che può regalare qualche sorriso a chi è cresciuto col cartone animato, che inevitabilmente andrà a leggere le battute dei personaggi con in testa l’azzeccato doppiaggio della versione italiana. Il valore del fumetto non risiede nella sua qualità intrinseca, ma si salva grazie all’effetto nostalgia con cui riesce a fare leva su molti lettori.
GP Publishing deve aver pensato la stessa cosa, visto che ha pubblicato Hello! Spank con una traduzione (a differenza di quella Play Press più fedele all’originale) che utilizza nomi derivanti dall’adattamento italiano del cartone. Una scelta che dovrebbe far impazzire gli esigenti appassionati italiani di manga, ormai abituati ad adattamenti che si concedono sempre meno libertà rispetto alla versione giapponese, ma per una volta si può fare un’eccezione, davanti agli occhioni di Spank.