Viviamo il nostro quotidiano con l’illusione che a ogni problema ci sia un rimedio, sicuri che presto o tardi avremo la possibilità di correggere il tiro, di ovviare a una mancanza e dare un po’ di senso alla nostra esistenza. La caducità della condizione umana, però, non sempre offre questa opportunità. Del doman non v’è certezza, e nel profondo sappiamo che dovremmo affrontare a viso aperto le sfide che ci si parano davanti, cogliere l’attimo e godere di ciò che disponiamo.

Provate a immaginare la reazione di un padre assente che incontra dopo tanti anni il figlio, o di un ragazzo che finalmente trova il coraggio di farsi avanti con la ragazza dei suoi sogni… quando cominciano a piombare dal cielo degli insettoidi di origine aliena con la missione di porre fine alla razza umana. Puff, ogni illusione svanisce: il tempo è scaduto. Immaginiamo il vostro sorrisetto cinico, davanti a una premessa tanto surreale. Ma se accadesse a voi, proprio ora, cosa rimpiangereste di non aver fatto per tempo?

Le riflessioni di Wayne, Jeremiah e Soham sono al centro di La bella morte, graphic novel d’esordio di Mathieu Bablet pubblicata originariamente in Francia nel 2011 e recentemente portata in Italia da Oscar Ink. Grazie allo stupendo Shangri-La, abbiamo conosciuto questo fumettista francese (classe 87) che si sta imponendo con classe e personalità all’attenzione di pubblico e critica, e ora abbiamo avuto l’occasione di scoprire la sua opera prima.

Siamo stati catapultati in uno scenario post-apocalittico desolante: tra imponenti grattacieli e cattedrali, tutto giace a terra, colpito dallo strapotere delle creature extraterrestri. Tre superstiti, dei perfetti sconosciuti, sono costretti a fare squadra mentre su di loro aleggia una duplice minaccia: gli insettoidi e la fame. Nudi, di fronte ai demoni interiori che sono infine costretti ad affrontare, i protagonisti di La bella morte portano in scena le contraddizioni di chi ha vissuto procrastinando e ora è costretto ad agire per continuare a vivere.

Bablet si produce in una prova di grande sensibilità con cui tratta temi di una certa rilevanza. Sin dalle prime battute è chiara la riflessione portata avanti sul tempo, sul suo indiscusso dominio e sul vano tentativo di resistergli: tutto si inchina di fronte a questo invincibile antagonista, non resta che polvere.

Prima di abbracciare le atmosfere fantascientifiche di Shangri-La, l’autore ha dunque contaminato la narrativa di genere con una componente introspettiva preminente: ne La bella morte, nessun accento viene posto sulle cause del cataclisma o sulla rinascita della società civile nel contesto del nuovo mondo; ciò che conta, per l’autore, è unicamente l’analisi dei comportamenti umani, al fine di rendere la storia quanto più universale possibile. Risultato: come nelle altre opere di Bablet, il nichilismo permea ogni pagina, creando suggestioni spesso disturbanti.

Rispetto alla versione originale, in questa edizione le tavole sono state rivedute e corrette dall’autore, che in chiusura sottolinea come l’occasione gli abbia permesso di fare riflessione su “un disegno all’epoca ancora incerto” (un rimpianto in meno per lui). Ed è questo, effettivamente, il limite di La bella morte: se da un lato i nostri occhi si perdono estasiati tra le affascinanti architetture delineate da Bablet, dall’altro non possiamo non notare una certa fissità nelle anatomie, le quali non riescono a valorizzare la recitazione e l’espressività dei personaggi.

Un neo che passa in secondo piano, sia chiaro, dato che l’attenzione viene catturata dalla maestria con cui il fumettista francese differenzia ogni scena a livello scenografico, lasciando che i luoghi diventino protagonisti nel lento e inesorabile scorrere del tempo. La bella morte è dunque un fumetto che merita certamente di essere scoperto, e, manco a dirlo, il consiglio è quello di non rimandarne oltremodo la lettura.

 

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