Solo #2, copertina di Oscar Martín

Solo è un topo in una terra post-apocalittica e desertica che, per ragioni che rimangono oscure, ha visto gli esseri umani venire raggiunti da altre creature al vertice della catena alimentare. Cani, gatti, mustelidi, maiali, orsi e, appunto, topi hanno preso sembianze antropomorfe e si muovono fra deserti rocciosi e lande desolate, armati di spada e pistola, di arco e di lancia, in perenne lotta per il cibo. Pochi sono i luoghi in cui queste razze si mescolano tra loro, disperse in villaggi indipendenti e mono-razza. Alcuni sono vagabondi, altri hanno organizzazioni tribali. I topi, odiati da tutti e più piccoli della media, sono spesso divisi in nuclei familiari indipendenti, cercano di nascondersi a tutti gli altri, e di cavarsela da soli.

Solo è il primogenito della sua famiglia, che da sempre sopravvive nella sua zona, vivendo di caccia e di cocciutaggine. È fortunato, perché suo padre lo ha reso un guerriero temibile, un cacciatore esperto, un individuo in grado di cavarsela in ogni situazione. Ma è adulto, ormai, e i topi sono soliti abbandonare l’ovile, una volta raggiunta l’età, per trovare nuove zone di caccia, senza impoverire quelle già occupate. Difficile che i ratti abbiano a disposizione aree particolarmente ricche di prede, appannaggio delle razze più organizzate e di massa. Solo si allontana dalla famiglia in un viaggio che lo porterà alla sventura, all’avventura, all’amore, a lottare per vivere e per affermarsi, per proteggere i suoi cari e se stesso in un mondo spietato.

Il catalano Oscar Martín confeziona un’avventura furry tostissima. Non fatevi ingannare dal fatto che sono tutti pelosi, dal tratto di chiarissima ispirazione franco-belga che ricorda un po’ Uderzo e dalle espressioni spesso carine dei personaggi: Solo è una miniserie che parla di sangue e sudore, che puzza di piscio e di carogna, che fa sentire ogni infezione purulenta e che lascia la guarigione dolorosa e lenta delle ferite nel naso dei lettori.

Solo #3, copertina di Oscar Martín

Nel Mondo Cannibale, una wasteland da Mad Max trapiantata in un immaginario da Usagi Yojimbo più sporco, non c’è spazio per la pietà, non c’è luogo che accolga la compassione, non c’è posto dove alberghi il sorriso, tranne quelli che ti trovi da solo e che sei disposto a difendere con le armi e con la vita. E proprio questo contrasto tra l’immaginario potenzialmente giocoso, sostenuto da un tratto che rimanda a tradizioni fumettistiche più serene, e tutta la violenza senza compromessi, raccontata con coraggio e a viso aperto, è il punto forte di Solo.

In quattro volumi agili e dal ritmo narrativo piuttosto serrato, vediamo questo vagabondo passare attraverso la sconfitta e il riscatto, entriamo nella sua mente e viviamo con lui tutto lo sconforto dell’abbandono e della solitudine, tutto lo schifo per un’esistenza che non lascia alternative, tutta la speranza che rinasce quando le cose vanno bene. Solo non ha un nome casuale: la sfida più grande, anche maggiore di quella che gli pongono di fronte i suoi nemici, è quella di ritrovare fiducia nel prossimo, di capire come fare ad amare senza dubbi né sospetti, di concedersi la possibilità di essere felice anche in un contesto che fa di tutto per negare a ogni individuo questa felicità.

Affascinante nelle atmosfere e convincentissimo nei toni, Solo è una storia che ha però un difetto fondamentale: proprio il ritmo narrativo serrato che ci trascina immediatamente dentro la storia è il motivo per cui, nel corso dei quattro albi che la compongono come capitoli perfettamente coerenti, ci ritroviamo a volte distratti e poco coinvolti.

Solo #4, copertina di Oscar Martín

Se Martín è un grande disegnatore e ha confezionato alla perfezione il teatro degli eventi e l’estetica dei personaggi, se è stato in grado di regalarci un protagonista che sentiamo immediatamente nostro fratello e per cui facciamo il tifo in tempo zero, non ha perfettamente il polso della scansione degli eventi. Il ritmo rimane più o meno sempre costante, i momenti di decompressione sono pochi e non sempre sufficienti e, anche se le situazioni non sono particolarmente ripetitive, l’esperienza di lettura diventa a tratti un po’ monotona, per mancanza di cambi di passo.

Attenuante di una certa importanza: questo vale per noi, che grazie alla gentilezza dello staff di ReNoir Comics abbiamo letto la miniserie tutta d’un fiato, come la saga unitaria che è. Probabilmente, la sensazione si smorza per chi affronta Solo albo per albo, sessanta pagine alla volta, come inteso dall’autore sin dall’inizio. Quindi, appassionati delle avventure a grande impatto e ad alto ritmo, cui piacciono i lunghi monologhi di personaggi tormentati e duri dal cuore d’oro che sappiano tagliare arti e centrare il bersaglio, fatevi avanti. Solo è uno strano connubio di generi che convince per immaginario e potenza. Davvero una sorpresa gradita.