Non stancarti di andare, pagina 5

Se Non stancarti di andare fosse uscito prima del 2010, probabilmente chi vi scrive ci avrebbe scritto sopra la tesi. Non che Benito Jacovitti, uno dei giganti della Nona Arte di tutti i tempi e di tutte le latitudini, non andasse bene ai tempi della laurea o non ci soddisfi più. Semplicemente, l’ultima opera di Teresa Radice e Stefano Turconi è troppo affascinante come materia di studio e come esempio di quel che il Fumetto può realizzare, in quali forme e in quali modi, per sfuggire a quel che, all’epoca, era la sensibilità analitica del redattore sottoscritto. Non solo per il suo merito artistico e per il suo valore in quanto prova narrativa, che è innegabile e siamo certi che sarà riconosciuto dal pubblico. Il fatto è che Non stancarti di andare è uno dei fumetti meno fumettistici che possa passarvi per le mani e assieme un manifesto delle potenzialità del linguaggio.

Della storia potremmo parlare a lungo, perché è lunga e stratificata. Ma, come tutte quelle buone per davvero, non è difficile da riassumere. Ismail e Iris sono una coppia, lui è un professore siriano che ha studiato in Italia, lei è un’illustratrice del nostro Paese. Stanno per prendere casa assieme in maniera definitiva nello Stivale e ormai tutto è pronto per coronare il loro sogno di vita assieme. Lui ha degli affari da sistemare in patria e torna a casa nonostante l’atmosfera non sia del tutto rassicurante. Lei rimane in Italia. Scoppia la guerra tra il regime di Assad e le brigate dei fondamentalisti dell’Isis, nasce il conflitto di cui conosciamo e che oggi, per il bene o per il male, pare ormai al lumicino, prendono il via le tragedie che negli ultimi anni abbiamo imparato a conoscere fin troppo bene. Ismail rimane incastrato in patria, non può tornare. Ma deve fuggire. Lei, perché la sfiga ci vede benissimo, proprio quando lui non è più raggiungibile e quando iniziano le sue traumatiche peripezie, scopre di essere incinta. Lui viaggia, cade, si rialza, scende a compromessi con la sua umanità e tenta disperatamente di tornare. Lei lo attende e, con altrettanta pervicacia, cerca di non perdere la speranza.

Non stancarti di andare, pagina 25

Due vite che vorrebbero essere una sola sono divise e vogliono a tutti i costi ricongiungersi. Non stancarti di andare è la storia di quel che accade poi, ma anche di tutto quel che è accaduto prima. All’uno e all’altro. Come Cent’anni di solitudine di Garcia Marquez, il fumetto di Turconi e Radice attraversa le epoche e le generazioni per narrare la storia di una famiglia, scava nelle radici per dare un senso al presente e si guarda indietro per decidere in che direzione si trova l’avanti. Lo fa alternando stili di disegno in maniera affascinante e saltando da un’epoca all’altra, da una madre a una nonna, per tornare a una figlia in dolce attesa, dando a tutte queste linee temporali narrative una sensazione di unità e coerenza perfettamente integrate, senza mai smettere di coinvolgere il lettore. Quasi una necessità, dato che le trecentoventi pagine del volume non sono di lettura rapidissima e le dieci lune, o nove mesi, della gravidanza di Iris, il lasso di tempo coperto dal racconto, impegnano il lettore a lungo. Sarebbe facile perdersi, dimenticare, distrarsi. Ma ci si appassiona piuttosto in fretta.

E questo nonostante sia soprattutto un’attesa, quella che viene narrata. Sarebbe facile seguire le orme di Ismail nella sabbia nel deserto, le flebili tracce lasciate dal suo passaggio e mostrare l’avventura, il coraggio, la sconfitta e la redenzione di un futuro padre che non sa di esserlo e di un amante devoto che sfida titanicamente la guerra, la crudeltà e la natura. Invece i due fumettisti italiani puntano lo sguardo sul nostro Paese ed è Iris che occupa per lo più il proscenio. La sua forza è meno spettacolare, meno potente narrativamente e visivamente, ma è lei che si prende la scena, assieme alla sua epopea familiare. Ci tuffiamo dentro la sua vita e le sue domande, il suo bisogno di scoprire chi lei sia veramente per trovare le forze di affrontare il dolore più grande che la colpisce proprio quando la gioia di un nuovo arrivo la raggiunge inaspettata. Chissà cosa fa più paura, se la gioia o lo sconforto. Ma l’identità di Iris è un mezzo mistero. Ci sono moltissimi non detti fra lei e sua madre, altra figura fondamentale della storia, ci sono più figure materne che si inseguono, c’è un passato da decrittare e una nascita da ricostruire, prima che Ismairis, il nascituro dal sesso ancora ignoto, possa venire al mondo e affrontarlo, con o senza il suo sventurato papà.

Non stancarti di andare, pagina 24

C’è tanta umanità, in questo fumetto. Alcuni potrebbero dire che questa umanità è fin troppo selezionata. Come per reagire all’ingiustizia che fa da sfondo e da svolta fondamentale degli eventi, Turconi e Radice costruiscono un cast di personaggi che, invece, sembrano rappresentare il mondo come lo vorrebbero loro: multiculturale, accogliente, colto, comprensivo, leggiadramente bizzarro e sempre con il cuore dalla parte giusta. In un modo o nell’altro. Una società ideale in piccolo, una repubblica della tolleranza e della fratellanza, opposta alla bruttura e all’insensatezza della guerra, a cui Ismail vorrebbe far ritorno. Se certamente può sembrare un po’ artefatto, in questo universo di personaggi c’è un cuore pulsante e c’è il coraggio degli autori di mostrare quel che è giusto secondo loro, di opporre alla peggiore delle ingiustizie e all’odio che rappresenta la loro idea di amore e di giustizia, di come andrebbe vissuta un’esistenza meritevole.

Il tutto tramite la potenza di immagini che mantengono lo stile narrativo e il tratto già visto ne Il porto proibito e parole che spingono in maniera decisa verso una prosa letteraria. Non sono solo le personalità di Iris, di Ismail e di tutti coloro che hanno attorno ad essere ideali e non del tutto realistiche. Teresa Radice scrive come farebbe un autore di romanzi classici. Se ne infischia della mimesi del parlato, dei tic della lingua orale e mette in bocca ai suoi personaggi un italiano ricercato e letterario, come in un romanzo del Novecento. Una scelta linguistica che alcuni lettori potrebbero trovare persino anacronistica, anche se perfettamente in linea con la scuola disneyana da cui provengono i due autori. Non si scappa: Non stancarti di andare è un’opera colta che non ha nessuna vergogna ad ammetterlo. Come la letteratura di un tempo, non si limita a fotografare la realtà per quello che è, ma la modella. Liber0 dai vincoli del realismo, o di un certo tipo di realismo, questo fumetto in cui ci sono tante lettere, tanti momenti di prosa vera e propria e tantissime didascalie dall’andamento romanzesco, si fa riflessione posata sul senso della vita, sul significato della parola amore, sul mistero di dio e su quello dell’identità personale.

Non stancarti di andare, ieri

Oltre che affascinante e appassionante, non si può nascondere che sia anche una lettura impegnativa. Diventa difficile non porsi a confronto con i personaggi, perché la loro storia è talmente calata nella realtà, per quanto non necessariamente realistica, da costringere quasi il lettore ad immedesimarsi nel senso più pieno del termine. L’esperienza di Ismail e quella di Iris portano entrambi a confrontarsi con domande che riguardano la loro quotidianità, le loro scelte di tutti i giorni, quel che li conduce ad essere chi sono. Entrambi affrontano condizioni che li portano a mettersi in dubbio, oltre che in gioco. E il lettore deve fare lo stesso, se non è indifferente alle speranze e ai sogni fragili di Iris che aspetta e ai sensi di colpa e alla forza d’animo di Ismail che scappa, scalcia e veglia.

Non stancarti di andare è un animale fumettistico strano e bifronte, affascinante e coinvolgente, più coraggioso e complesso del premiatissimo e acclamato Il porto proibito. Direbbe qualcuno che è meno “un fumetto per tutti”. Può darsi. Noi ci auguriamo, o ci augureremmo, che proprio tutti invece si confrontassero con la sua lettura dal sapore d’altri tempi, con le sue immagini di tenerezza e di coraggio, per trovarci dentro se stesso e il suo prossimo, con il rischio di dare un senso diverso ad entrambi. Forse, come un po’ fanno Stefano Turconi e Teresa Radice, stiamo sognando la Città del Sole o la Repubblica di Platone. Ma non si arriverà mai alla meta se non la si sogna, non si raggiungerà mai un obiettivo se ci si stanca di andare.

 

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