Bené è un adolescente irrequieto, violento e solo che nella sua breve carriera scolastica è stato allontanato da ben cinque istituti. Un’altra possibilità, però, non si nega a nessuno, e il suo arrivo alla Scuola dei Colori rappresenta per lui l’ultima spiaggia prima della deriva. Del suo primo giorno di scuola, dell’incontro con la maestra Valentine e del suo percorso di crescita parla la graphic novel di Raphaël Geffray intitolata Non sei mica il mondo, edita in Italia da Tunué nella sua collana Tipitondi.

La storia imbastita dall’autore francese è un lucido ritratto di una condizione generalizzata che accomuna molti ragazzi costretti a vivere una situazione di estremo isolamento e incomprensione. Spesso questa condizione, che accresce la loro percezione di inadeguatezza, non viene curata dal sistema scolastico, anzi, degenera. Il compito della scuola, infatti, non dovrebbe limitarsi a offrire strumenti fondamentali per approfondire le conoscenze oltre il sapere nozionistico, ma anche formare ed educare gli adulti di domani. Negli ultimi decenni, in particolare, il veloce sviluppo tecnologico ha creato una profonda frattura tra le diverse generazioni che animano le aule rendendo necessario l’apprendimento di competenze sociali al fine di abbattere muri molto spesso troppo alti.

Per essere accettati, ragazzi come Bené avrebbero bisogno, in primis, di comprendere meglio se stessi, al fine di sviluppare competenze comunicative e abilità; in secundis, di trovare valori condivisi, qualora non fossero stati trasmessi dalla famiglia.

Il nostro protagonista non ha un padre, mentre la madre non ha molto da offrirgli. Inoltre, a causa della sua formazione spezzettata, è in sostanza un analfabeta. Come uscire da questa impasse? Non solo attraverso l’impegno di maestre dedite all’insegnamento finalizzato al recupero di situazioni precarie, ma anche attraverso l’integrazione in un contesto classe.

Diverse, dunque, le chiavi di lettura di questo romanzo grafico: il ruolo fondamentale della scuola, ma anche l’importanza di un contesto familiare in cui crescere, di un processo di interazione con il mondo esterno che permetta all’adolescente di essere compreso e, dunque, accettato.

Questa profonda analisi è supportata da una capacità di scrittura fluida e da uno storytelling preciso, potente ed espressivo. Il tratto di Geffray è poi grottesco, attento alle tante inflessioni facciali e corporali che gli stati d’animo generano, capace di trasmettere queste sensazioni giocando con le inquadrature e i diversi piani: un taglio cinematografico che sovente rende superfluo l’uso dei balloon.

La tensione è palpabile, così come si avverte il disagio di Bené, l’umanità di Valentine o l’indifferenza della preside, in un caravanserraglio di personaggi che porta in scena uno spettacolo reale, ben definito in un contesto geografico, ma che, grazie all’abilità di scrittura dell’autore, può essere traslato ovunque senza perdere a livello di impatto e credibilità.

La scelta della bicromia rende ancora più opprimente l’atmosfera concorrendo a creare una situazione di disagio anche nel lettore, che nelle tonalità scure del volume non riesce a ritrovare alcuno spiraglio di uscita da una situazione che appare in perenne in caduta libera: questo è il mondo di Bené, un luogo in cui il colore è stato bandito da un’infanzia triste e travagliata.

Alcuni segmenti sono caratterizzati da una linea spezzata, indefinita e abbozzata volta a delineare situazioni da incubo da cui il protagonista viene strappato per essere riportato alla realtà; una realtà che, come il lettore avrà modo di scoprire, si mostra nelle sue tante sfaccettature in un’altalena di emozioni contrastanti, ma di grande impatto.

Non sei mica il mondo non è certo una lettura per bambini, ma di certo aiuta a comprenderne meglio il loro universo e a riflettere su come determinati strumenti oggi risultino del tutto inutili per la loro crescita e il conseguente inserimento nella società. Consigliato a chi ancora crede nella scuola, nell’insegnamento e nelle seconde possibilità.