Aspettavamo questo momento da anni: nove ne sono passati dall’ultimo Dylan Dog – intitolato Ascensore per l’inferno – scritto dal suo creatore, Tiziano Sclavi. La copertina interamente bianca, così come i redazionali e il frontespizio, ci pare una scelta perfetta e molto suggestiva per l’occasione; vogliamo cogliervi un augurio, che la storia più bella di Sclavi appartenga a un foglio intonso, che sia ancora da scrivere. Aprire e sfogliare questo albo è stata un’emozione di quelle rare, preziose, tanto che a chi vi scrive risulta difficile calarsi nel ruolo di recensore.

La mente viene risucchiata come in un vortice spazio-temporale e torna a quel pomeriggio di trent’anni fa, quando, come ogni giorno, stavo sbirciando i fumetti all’edicola della stazione, in attesa del bus per tornare a casa dal liceo. Al chiosco intravidi il primo numero di Dylan Dog, L’alba dei morti viventi. Mi colpì la copertina di Claudio Villa, quelle mani che sbucavano fuori dalla terra. Non conoscevo George Romero, e avevo solo una vaga idea di cosa fosse uno zombi, ma conoscevo la Sergio Bonelli Editore per Tex, Zagor e soprattutto Martin Mystère. Preso l’albo, lo lessi tutto d’un fiato, seduto sul pullman; mi costò una lunga passeggiata verso casa perché, immerso tra le pagine del fumetto, non scesi alla mia fermata, ma molto più in là, sognante e inebetito.

L’Indagatore dell’Incubo non mi ha più abbandonato da allora, e tra le pagine di Dopo un lungo silenzio ho riscoperto intatta quella magia narrativa che è propria di Sclavi e di cui Giampiero Casertano è interprete e illustratore magistrale, straordinario nel far recitare i personaggi e rappresentare le sceneggiature del geniale scrittore lombardo.

Sclavi e Casertano. Il tempo sembra non essere mai trascorso per il nostro Old Boy, e sarebbe bello se non fosse passato anche per me. Lo ha fatto, purtroppo: ero figlio e oggi sono padre, ero acerbo e ora brizzolato lettore. Capisco perché questa storia non possa appartenere al passato, ma solo al presente di Dylan Dog: la regia, la forza immensa del suo autore nell’arrivare dritto al punto, senza fronzoli, si è conservata intatta, ma il soggetto – così disincantato, intimo e coraggioso – è quello di un uomo maturo. È pervaso da una schiettezza senza compromessi, senza pudori, e sorretto esclusivamente dal desiderio di raccontare e di raccontarsi.

L’horror cede il passo all’orrore, la paura del mostro a quella di noi stessi, della sconfitta e del tracollo personale. Può tornare a bere senza correre rischi un ex alcolizzato? Nel momento di massima felicità è possibile abbassare la guardia nei confronti delle nostre debolezze?

Per chi, come Dylan, ha forse trovato la donna della propria vita, qualcun altro – il suo nuovo cliente Owen Travers – la perde per sempre: davvero la gioia e il dolore nascondono le stesse insidie, annidate in una bottiglia, vomitate in un cesso?

Ecco Dylan Dog di Tiziano Sclavi oggi: tante domande come ieri, deliziose citazioni e una profonda malinconia, ma l’amarezza e la sfiducia nei confronti del prossimo non appaiono più un precipizio senza fondo. Il pessimismo dettato dalla fragilità umana, dai risvolti tenebrosi del suo animo, non appare più “cosmico”. Nel buio filtra uno sprazzo di luce, nel travaglio dell’esistenza la possibilità se non di un riscatto, almeno di pace.