Parlare di Last Man, il fumetto di Balak, Michael Sanlaville e Bastien Vivès pubblicato in italia da BAO Publishing, è complicatissimo. Mette sinceramente alla prova le nostre capacità di critici a cui non piace molto raccontare la storia, semmai accennarla appena appena, per far capire ai lettori di cosa si parli, incuriosirli e consegnare loro un quadro completo, per quanto possibile, di un’opera che non hanno ancora letto. Questo perché siamo di fronte a una vera e propria insalata narrativa, e non utilizziamo l’espressione in termini necessariamente negativi, perché, confessando per la seconda volta una grave mancanza, non abbiamo ancora formulato un vero e proprio giudizio sui sei volumi che compongono la saga in questione. E forse, chissà, è meglio così, perché la voglia è quella di rileggerlo, piuttosto che dimenticarlo.

Buon segno, dato che una storia che mette insieme un torneo di arti marziali mescolate a evocazioni elementali, un mondo fatato e dai tratti a metà tra manga shonen e fantasy accanto a un’ambientazione metropolitana futuribile, circondata da un deserto popolato di bruti motorizzati alla Mad Max o Ken il Guerriero, un complotto segreto transdimensionale e un drammone familiare con tanto di passato oscuro di madre single che nasconde la propria vera identità e, infine, un piccolo romanzo di formazione adolescenziale, non è proprio semplice da mandare giù se non c’è qualcosa a mantenere salda l’attenzione e a incuriosirci costantemente. C’era questo qualcosa tra le pagine di Last Man? Sì, ma non siamo riusciti a capire cosa. E questo ci innervosisce, perché siamo dei lettori pignoli e analitici, induriti da mille battaglie dialettiche su cosa sia l’equilibrio narrativo e stilistico.

Sapete qual è la buona notizia? Che voi, che state leggendo in questo istante, probabilmente non lo siete. Pertanto, non sentite l’obbligo quasi morale né il peso dell’abitudine a smontare e rimontare una sceneggiatura per capirne l’ispirazione, gli scopi, le dinamiche. Sicché, avete tutte le possibilità per seguire Marianne Velba, donna bellissima che vive nella Valle, un luogo dove il contatto tra gli esseri umani e la natura è profondissimo e si manifesta nelle discipline marziali, e suo figlio Adrian, un gracile guerriero ancora bambino destinato a crescere molto in fretta, se vuole vincere la coppa del torneo assieme al misterioso Richard Aldana, un lottatore indubbiamente abile, ma spregiudicato e poco ortodosso, che decisamente non lotta, non vive e non pensa come gli altri abitanti della Valle. Perché, chiaramente, non lo è.

Non sembra fumetto francese, Last Man. Ma, del resto, non sembra nulla di già noto. Cambia in continuazione, non solo per ambientazione, per atmosfere narrative, suggerendo un’avventura fiabesca per poi diventare qualcos’altro, rivelandosi più duro e adulto di quel che ci ha illusi per poi porci di fronte a una trovata o a una soluzione che mai ci saremmo aspettati da quanto appena letto. Sfugge a definizione, questa avventura dalla dinamica particolare, in cui i ruoli dei personaggi sono sempre confusi, mai del tutto saldi, rischiando a volte di risultare poco definiti e sviluppati.

Corre su un confine piuttosto sottile: quello tra una narrazione schizofrenica, che sorprende solo per il gusto di sorprendere, senza trovare una soluzione di continuità, e una storia tenuta insieme da protagonisti interessanti, che rimangono comunque al centro della scena, nonostante il caos che si scatena attorno a loro. Per qualche strano miracolo, non varca mai del tutto quel confine, restando in bilico, come la trottola di Inception. E i suoi autori, un po’ come Christopher Nolan, non ci fanno capire se sia destinata a cadere oppure no, lasciandoci nel dubbio.

Un dubbio produttivo, come dicevamo, che non uccide la nostra curiosità. Probabilmente, anche in contumacia con lo stile di disegno leggero e dinamico, dalla linea mai precisa e, in perfetto accordo con la vicenda, non chiusa, aperta, quasi non finita, ma decisamente elegante nel suo rimanere a metà fra influenze giapponesi e atmosfere europee anni Settanta che a noi è piaciuto molto, soprattutto per la sua capacità di piegarsi alle situazioni, di giocare con il chiaroscuro dove serve e con le scale di grigio.

In definitiva, abbiamo un’opinione su Last Man? No. Non una che ci sentiamo di consegnarvi. Abbiamo un giudizio personalissimo, che non è esattamente la categoria critica preferita da chi, per mestiere e per passione, scrive e vi consegna recensioni. Tuttavia, sconfitti, ci risolviamo a consigliarvi di leggerlo, perché decisamente il sapore che lascia in bocca questa saga, che presto diverrà anche una serie animata finanziata su Kickstarter è piacevole.

Chissà cos’è quella nota amaricante, in fondo al cocktail di generi e tropi che abbiamo appena bevuto? Che sia frutto della fortuna o dell’abilità del barman, non è niente male.