C’è stato un periodo della nostra vita, che per facilità di scrittura chiameremo gioventù, in cui le nostre giornate erano scandite dalla spensieratezza, la felicità, il divertimento. Questa fase così dolce che sovente ripercorriamo con la memoria o nella quale ci rifugiamo per trovare riparo dalle brutture del quotidiano, è qualcosa di inafferrabile e indefinibile, qualcosa che sarebbe più bello se arrivasse più tardi nella vita. L’illusione di questi giorni lascia posto ai dolori della crescita, a le delusioni che segneranno il nostro cammino, alla disillusione per le promesse mancate, “o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor?” (Giacomo Leopardi, A Silvia). Ma, nonostante tutto, la strada che conduce a quella felicità non è andata distrutta e ripercorrerla non è impossibile.

Quattro amici – Fabio, Elia, Danilo e Simone – decidono di vivere un’avventura dalle tinte orrorifiche salendo su una collina al confine del paese pugliese nel quale vivono per poi lanciarsi in una vera e propria prova di coraggio inoltrandosi nella casa della Suora, soprannome di Agata Aprile, protagonista anni addietro di un episodio di cronaca locale. Durante questa lunga notte diversi saranno gli episodi che i quattro adolescenti dovranno affrontare, in fondo un bosco di notte non è mai un posto tranquillo e sicuro in cui passeggiare. Intanto, una presenza inquietante sembra rincorrerli e non sappiamo quali siano le sue reali intenzioni.

Queste le premesse di Sulla Collina, romanzo grafico scritto da Ilaria Ferramosca per i disegni di Mauro Gulma, edito da Tunué nella sua collana Tipitondi, da sempre attenta a proporre narrativa a fumetti per un pubblico più giovane. Ma liquidare quest’opera con superficialità etichettandola come una lettura per ragazzini sarebbe sciocco, vista la declinazione con la quale viene trattato il tema principale della storia e l’attenzione posta in fase di scrittura da Ferramosca, che indirizzano questo Sulla Collina verso un pubblico decisamente più maturo.

La gioventù, età di immaginazione e illusione, la crescita e i conseguenti dolori figli della disillusione, sono temi abusati e inflazionati, ma la scrittrice è abile nel non cadere nei luoghi comuni della trattazione di tematiche così delicate e imbastisce un racconto che, dietro un incedere ricco di tensione e pathos, nasconde una profonda e attenta riflessione. Visto l’incipit sembra quasi che ben presto saremo catapultati in scenari horror in cui minacce dalle sembianze mostruose sono pronte a lanciarsi su questi sventurati ragazzi. In realtà non sarà così; l’espediente narrativo, infatti, ha il compito di mantenere alta la concentrazione del lettore, alzare il thrilling che ci accompagnerà lungo tutta la durata del volume, dove solo nel finale troveremo la chiave di volta di questa avvincente trama.

Senza voler risultare inopportuni, la similitudine con Stephen King, in particolare con il suo capolavoro It o la novella Il Corpo, non è così campato in area. Temi quali il potere della memoria, le ripercussioni dei traumi infantili, il dolore figlio della violenza domestica occultato dietro una felicità apparente, il grottesco che si cela nei piccoli paesini di provincia, fanno capolinea nella narrazione di Ferramosca. Siamo di fronte a una storia corale e, sebbene con un numero minore di personaggi, mancano i risvolti più inquietanti e il dramma umano, caratteristiche che hanno reso immortale il corpus narrativo di King; ma quest’assenza crediamo sia voluta e volta a non appesantire ulteriormente l’opera.

Davvero riuscita risulta anche la storia incentrata intorno ad Agata Aprile, storia strutturata con tutti gli elementi tipici dei classici misteri, quelli che si tramandano di generazione in generazione e che con il tempo diventano leggenda, oggetto di continue aggiunte tese ad ampliarne l’alone orrorifico. Attenzione, dicevamo, in fase di scrittura, ma anche nello strutturare un romanzo grafico interessante, in cui la tensione, alta dall’inizio alla fine, non registra battute di arresto, anzi, rende il tutto molto vivo e stimolante grazie anche al lavoro al tavolo da disegno svolto da Gulma. Le sue illustrazioni sono intrise di un mood decisamente oscuro che fa il paio con lo sviluppo della trama e concorrono a creare quell’atmosfera terrificante che caratterizzerà l’intera opera. La tavola mantiene un’impostazione schematica regolare, adottando un numero variabile di vignette che segue il flusso della narrazione. Risulta riuscito l’utilizzo di alcuni accorgimenti grafici che rimarcano i continui salti temporali della storia e conferiscono dinamicità allo sviluppo della trama, ma non convince del tutto lo stile adottato dal disegnatore, a tratti troppo statico e poco incisivo. Alcune soluzioni risultano compassate e non riescono a far emergere appieno la carica tensiva ed espressiva dei personaggi. La sensazione generale è sicuramente positiva ma la veste grafica non riesce a lasciare il giusto segno e mantenere lo stesso ottimo livello qualitativo dimostrato dalla scrittrice.

Sulla Collina si dimostra un’opera profonda e consapevole, che vi farà divertire, emozionare, riflettere. Verranno toccati i tasti della nostalgia, in grado di creare empatia, qualche sospiro e qualche lacrima sarà versata. Ma non solo questo, non si riduce tutto a una lacrima in nome dei tempi andati. Alla fine della lettura scopriremo che quella strada per la felicità non è stata distrutta, anzi, basta solo sapere come ripercorrerla e con quale spirito farlo. Tornare a sorridere si può, tornare a essere felici è possibile. Sempre.