Non sarà un diretto seguito di Watchmen e neppure delle trame che abbiamo visto svolgersi in Doomsday Clock, bensì un fumetto che parla direttamente del mondo in cui viviamo oggi e della rabbia costante che sembra influenzarlo sempre più. Così Tom King descrive Rorschach, la miniserie disegnata da Jorge Fornés di cui dovreste già sapere molto. Ecco le più interessanti tra le recenti dichiarazioni in merito dello sceneggiatore.

 

King – Dato che ho passato metà della mia carriera a rubare da Alan Moore, non credo sia una sorpresa per nessuno il fatto che io veneri Watchmen. Nel 2015 ho scritto Omega Men che era praticamente un plagio. Ho persino detto in alcune occasioni che la frase “Chi omega gli Omega Men?” avrebbe dovuto essere il vero titolo. Diciamo che mi sento della scuola di Alan Moore e che lui è il mio riferimento.

Prima della serie TV della HBO, la DC mi ha chiesto, nella persona di Dan DiDio, di lasciar perdere Strange Adventures, che io e Mitch Gerads avevamo appena proposto, per dedicarci a Rorschach. Risposi che mi pareva una pessima idea per un sacco di ragioni. La prima è che mi sembrava di essere appena emerso minimamente dall’ombra di Alan Moore e sarebbe stato un po’ come volerci rientrare. Raramente rifiuto una proposta che suona da subito come artisticamente molto valida e con probabile successo, ma decisi di lasciar perdere un best seller sicuro e dedicarmi ad Adam Strange.

Poi io e Jorge lavorammo assieme su Batman Annual e, quando lui mi mandò le prime tavole per il progetto, mi esplose il cervello. Erano incredibilmente simili alle prime che Mitch mi mandava per Sheriff of Babylon #5 e mi fecero capire che avevo accanto un genio. Quindi non potevo lasciarmelo scappare. Avevamo già lavorato assieme in passato e ho sempre ammirato il suo tratto, ma improvvisamente lo vidi sotto una luce ancora migliore.

 

A questo punto, Tom King convince il suo collega del progetto. Fornés aveva in programma di lavorare sul personaggio di Daredevil per la Marvel, ma lo sceneggiatore avrebbe accettato di scrivere Rorschach solo se l’artista fosse stato a bordo. Contemporaneamente, King era stato folgorato sulla via di Damasco anche dalla serie TV ispirata a Watchmen firmata Damon Lindelof.

 

King – Mi ha aperto gli occhi con la sua qualità. Mi sento in colpa, ma devo ammettere che speravo davvero mi facesse schifo. Avrei voluto indignarmi: come osavano? Avrei voluto sputare addosso alla serie TV di Watchmen tutto quel che probabilmente la gente dirà a me, dopo Rorschach. E invece era veramente una gran cosa. Non è il fumetto, ovviamente, ma usa lo stesso lessico per parlare di cose enormi che stanno accadendo nella nostra società e usa Watchmen quasi come un simbolo per ricordarci che si tratta di questioni importanti.

Rorschach #1, variant cover di Brian Bolland

La serie HBO non parla delle stesse cose di cui trattava il fumetto nel 1986, ma di temi completamente diversi che hanno a che fare con il razzismo in America. Questo mi ha aperto gli occhi, mi ha dimostrato che era una cosa possibile. Queste due spinte, in combinazione, hanno aperto la porta alla fattibilità del progetto. Sapevo che, se avessi lavorato con Jorge e gli avessi dato la giusta sceneggiatura, avremmo potuto fare qualcosa del livello di Visione e Mister Miracle. Il tipo di fumetto che mi riesce meglio.

Non era mia intenzione fare una cover di Watchmen, perché per me l’opera originale ha abbattuto un sacco di muri, in termini di narrazione, raccontando una storia diversa da tutte le altre. Un tipo di storia che mai nessuno aveva visto prima. Quindi, se si racconta con la stessa strategia di Watchmen, abbracciandola pedissequamente, si rinuncia al suo risultato più importante: la creatività. Se ci si limita a ripetere quel che l’opera ha fatto è impossibile ripercorrerne i passi. Un paradosso.

Sapete quanto io ami le tavole da nove vignette, ma proprio per questi motivi ho deciso che non le avremmo fatte. Non volevamo citazioni. Una delle cose interessanti di Alan Moore è che le sue transizioni sono tutte costruite su delle battute, dei giochi di parole. Qualcuno sta guardando il proprio orologio da polso ed ecco che, nella scena successiva, si apre con uno da muro. Qualcuno dice di essere affamato, ed ecco una vignetta in cui un tizio mangia. Se leggete il suo manuale di scrittura, vedete che Alan Moore si prende in giro da solo per questa abitudine e dice di non voler mai più fare cose del genere. Ecco perché noi vi abbiamo rinunciato completamente. Non vogliamo fare nulla di tutto questo, ma tentare qualcosa di nuovo, osare come fece lui. Lo copieremo in questo, invece che nei modi più prevedibili.

 

Un aspetto che tuttavia rimarrà di Watchmen, in questa storia che si muove nel suo stesso universo, è la componente metatestuale. Anche perché la storia del Fumetto è una vera e propria ossessione di Tom King, sempre presente nelle sue opere più libere e nelle sue miniserie. Il che è un bene, dato che lo sceneggiatore si dice convinto che scrivere di ciò che ci ossessiona rende le storie migliori.

 

King – Come la serie TV e come l’opera originale, questa sarà una storia fortemente politica. E fortemente arrabbiata. Parlerà della nostra contemporaneità, che spero sarà cambiata almeno un po’ per quando la prima metà della miniserie sarà uscita. Ma il tema sarà questa specie di paranoia americana moderna, di un mondo in cui circa il trenta percento della nostra popolazione crede nella teoria Qanon, di un mondo in cui dobbiamo tenere queste conversazioni mentre sono chiuso nella mia fo**uta casa perché fuori c’è una pandemia e ci sono 160000 Americani morti. Cosa evitabile, se si guardano le statistiche di altri paesi. E cosa che ci sta facendo impazzire culturalmente.

Siamo tutti sempre arrabbiati, sempre così arrabbiati. E dobbiamo pur fare qualcosa con questa rabbia, per non impazzire tutti quanti. Io ci ho fatto questa storia, che parla di un tentato omicidio, di persone così incazzate che hanno deciso di tentare di uccidere qualcuno. E parla di come sono arrivate a quel punto. L’intero mistero della trama riguarda ciò che le ha motivate ad agire. Il titolo è Rorschach non tanto in riferimento al protagonista, ma perché quel che vedrete nei personaggi parla molto più di voi che di loro. Questa almeno è l’idea.

 

Un’opera fortemente decostruttiva, come Watchmen, ma non della figura del super eroe, bensì dell’identità delle persone del nostro tempo. King ha in mente Quarto Potere e la sua narrazione, che passa da personaggio a personaggio in un grande flashback, come riferimento. Un mistero che si svela per l’indagatore e che lo mette a confronto con se stesso. Rorschach, dice lo sceneggiatore, parla di oggi, ovvero di un periodo in cui non c sonno molti eroi.

 

King – Ho scritto la storia tutta d’un fiato, cosa che non ho mai fatto prima. Mi sono preso quattro mesi di pausa da ogni mio altro progetto per realizzarla. Fortunatamente, sto lavorando ai miei altri fumetti con artisti che avevano bisogno di un sacco di tempo per i disegni. Mi sono preso quattro mesi e ho scritto la serie come un romanzo, dall’inizio alla fine, tutti e dodici i numeri. Sempre con lo spirito di voler fare qualcosa di nuovo e osare.

Rorschach #1, variant cover di Mitch Gerads

Mi sono anche fatto l’esame di coscienza su quelle abitudini che sto prendendo ultimamente, che mi fanno sentire al sicuro. Ho deciso di non usare dialoghi ripetuti, in questa storia. Ho preso decisioni quasi strutturali, come quella di utilizzare frasi più lunghe. Ci sarà un personaggio, un detective, che non ha alcuna storia alle spalle. La prima volta, per me. Zero passato. Ho deciso di prendere gli aspetti tecnici su cui mi appoggio di solito, con cui sono a mio agio, e di gettarli fuori dalla finestra per iniziare da capo, per spingermi a fare fumetti diversi e migliori. Sono convinto che, quando la gente si accontenta del proprio stile, le sue opere smettano di avere impatto.

Come scrittori, dovremmo sempre cercare di essere come i Beatles. Bene: ho fatto Revolver, ora è tempo di pensare a Sergeant Pepper. Bisogna cercare di gettare via quel che ci ha condotti al punto in cui siamo per poi evolvere. Sperando di non allontanarci eccessivamente. Nel White Album ci sono canzoni che ti danno quell’impressione, che si siano spinti troppo lontano. Anche meno. A un certo punto, non fanno altro che urlare qualcosa sui maiali.

 

 

Fonte: Hollywood Reporter