Allo stand di Panini di Lucca Comics & Games 2019 abbiamo avuto la possibilità chiacchierare con Marco B. Bucci, sceneggiatore di Nomen Omen. Abbiamo mancato di un soffio Jacopo Camagni, artista di questo ambizioso progetto narrativo crossmediale, nato in Italia ma sul punto di mettere piede anche negli Stati Uniti, per tramite di Image Comics.

Grazie alla gentilezza dello staff di Panini e alla disponibilità squisita di Bucci, ne è scaturito un confronto e un approfondimento dei temi e dei punti di vista di questa storia magica. In molti sensi.

 

Buongiorno, Marco.
Credo di essere stato uno dei pochi a recensire in maniera critica “Nomen Omen”.

Ooooh, meno male. Qualcuno ci doveva essere. Sei un coraggioso, quindi.

No, sono coraggiosi i miei editori che mi hanno detto di dire quello che penso. Ingenui. Poi io lo faccio davvero.

[Ride]

Quindi, almeno nella prima fase, questo sarà un dibattito. Io ho apprezzato moltissimo l’impianto grafico e visivo, davvero spettacolare e curatissimo; meno la sceneggiatura, che è tua materia. Non perché non sia interessante, ma perché mi è parso che nei primi due volumi della serie, che racconta un sacco di roba che mi colpisce e mi appaga molto, come ho detto nella mia recensione, ci siano troppe cose, a scapito del ritmo narrativo e della… come posso dire… coesione e comprensibilità. Ricordo di aver pensato che un intero volume di “Sandman” non starebbe dentro un episodio di “Nomen Omen”. Traduzione: ci sono un sacco di elementi affascinanti nella vostra storia, scelta ambiziosissima, ma forse in eccesso. Hai voglia di rispondere a questa mia critica? 

Sì. Posso dirti che il secondo volume era quello che più mi spaventava in assoluto sotto molti punti di vista. Innanzi tutto perché doveva essere la conferma o la smentita del primo, poi perché doveva per forza contenere molti elementi per giustificare quel che succederà nel terzo. Che leggerai, mi raccomando.

Nomen Omen 0, anteprima 04

E certo che lo leggerò. E lo recensirò anche.

Questo ha creato una sfida in termini di timing del secondo volume. Quello che succede nel volume 3 era di diamante, inscalfibile, non si poteva toccare e aveva bisogno del suo tempo, come vedrai. Quindi ecco che il volume 2 ha reso il mio lavoro molto arduo, perché avevo a disposizione un numero non troppo esteso di pagine.

Io e gli sceneggiatori della mia generazione abbiamo in mente le lunghissime saghe di certi manga, o i “quarantasette” speciali della Vertigo di una serie. Nella nostra mente abbiamo tutto lo spazio del mondo, ma quando ci troviamo di fronte un progetto editoriale tutto diventa più hardcore. Il secondo volume era il fumetto che più mi spaventava da sempre, e ho fatto davvero del mio meglio per infilarci tutto in preparazione del successivo, su cui non si poteva patteggiare. Niente dell’uno poteva entrare nell’altro.

Quindi – mi conforto – la mia critica è discutibile ma non peregrina?

Esatto. Hai percepito la mia fatica e lo sforzo di riuscire a fare tutto questo. Ovvio che io non ne cambierei una virgola, tutto ciò che è successo è successo. Posso dirti che, nell’edizione americana targata Image, che spezzetta il materiale narrativo in tanti albi e in maniera differente, stiamo trovando degli spiragli per aggiungere dei piccoli passaggi. Quelli sono diventati i miei respiri nella narrazione.

Dalla mia obiezione fondamentale nasce un complimento: “Nomen Omen” ha secondo me un pregio, che è il fatto che ogni personaggio sia davvero ricchissimo e tridimensionale. 

Grazie.

Ma ho il rovescio della medaglia: non avevi bisogno di qualcuno di bidimensionale, che fosse più una funzione narrativa che un personaggio a tutto tondo per far girare più gli ingranaggi della trama?

Nomen Omen vol. 2: Wicked Game, copertina di Jacopo Camagni

Questa è una domanda molto giusta, in effetti, e capisco quello che intendi. Questo aspetto di cui parli diventa molto evidente nel romanzo. Lì si capisce che ci sono, per esempio, due personaggi che compaiono nel secondo volume – quando c’è quella scena di cazzotti molto veloce – che sono due guardie di corte. Avrebbero potuto esserlo due goblin in armatura. Invece no: gli ho conferito due miti molto specifici nel romanzo, sono protagonisti di un plot twist particolare e li ho costruiti in maniera molto complessa, come dicevi. Mi si potrebbe chiedere perché, dato che compaiono, alla fine, in due tavole. La risposta è che io credo che questo non sia solo un fumetto: per me è una dichiarazione programmatica.

Hai presente “La storia infinita”? Ogni volta che la storia si interrompe e si mostrano dei personaggi che stanno per intraprendere un viaggio particolare, si dice “…ma questa è un’altra storia“? Quella cosa lì, per me, non è fattibile. Per me, dare un retroterra strutturato anche a chi dovrebbe essere una comparsa è una dichiarazione di intenti. Googlali, quei due personaggini. Vacci sopra. Sono interessanti. Questo voglio dire ai lettori.

Sai perché questa cosa che mi dici mi spaventa un po’? Perché io sono un po’ come te (o come voi, tengo dentro anche Jacopo). Io ho una gran quantità di interessi e passioni, che però spesso mi strattonano. Per amore di tutto, a volte, arrivo a fine giornata con la sensazione di non aver combinato niente. E ho il terrore che anche “Nomen Omen” possa essere vittima di questa cosa.

Ma tu stai studiando. Quello che dico sempre io è: non è che tu non abbia combinato niente, stai incamerando.

Sì, ma io nella vita faccio l’insegnante. Se sto ancora studiando è un ca**o di casino!

[Ridiamo forte] Ma no, è la vita! Non smetterai mai.

Comunque in bocca al lupo, su questa cosa. Perché, quando si lavora a una storia, credo che la cosa più complicata sia proprio scegliere e decidere cosa debba restare fuori dalla scena. Ho l’impressione che in questo senso voi abbiate preso la strada più complicata in assoluto. Quindi faccio veramente il tifo per voi, perché il vostro progetto è ambiziosissimo, e vedere questa vostra ambizione, mi fa stare dalla vostra. Anche se poi, se penso che qualcosa non funzioni, ovviamente ve lo dico.

Sai, c’è un rapporto tra me e le storie e quello tra me e la metanarrazione, e sono due cose separate. Sono molto complicati. Sono separati, ma devono procedere assieme in questo progetto, perché “Nomen Omen” non è solo la storia di Becky. Sarebbe facile prendere le persone che stanno un passo dietro a lei e assottigliarle. Mi farebbe molto comodo.

Perché farebbe risaltare lei un po’ di più, con maggior facilità.

E lei ha bisogno di venire fuori, in effetti. Però io sto raccontando una storia sulle storie, sulla macro-storia che sta dietro a tutto. Se rinuncio alla complessità degli altri protagonisti, questa complessità viene meno.

Hai ragione, ed è evidente dalla lettura di “Nomen Omen”. Spero di arrivare alla fine della lettura e accorgermi che mi ero sbagliato e non avete fatto il passo più lungo della gamba. Incrocio le dita.

Grande! Oh, alla peggio ci avremo provato.

Un po’ come in quella canzone di Guccini delle cinque anatre. Che partono per la migrazione e ne arriva una sola: “Quel suo volo certo vuole dire che bisognava volare”.

Bisognava volare.

Detto ciò, parliamo un po’ di cose belle. “Nomen Omen” arriva negli Stati Uniti, grazie a Image Comics, come accennavamo prima. Sopravvive anche la natura crossmediale del progetto?

Tieni conto che spillatini e volumi della nostra edizione italiana sono un unico flusso per l’edizione della Image. Il che crea, come ti dicevo, più spazio all’interno della narrazione. Ad esempio, noi iniziamo con il prequel sulle madri, che da noi era il capitolo terzo. Quindi abbiamo in qualche modo dovuto compiere un puzzle narrativo.

Per quanto riguarda i romanzi, il mercato americano rappresenta un problema. Il genere del nostro romanzo sarebbe young adults, più o meno.

Direi dai sedici anni in su.

Nomen Omen su Anteprima

Esatto. Lì, in pratica, se esce un romanzo di quel genere, oggi, dev’essere come minimo parte di una trilogia, sennò non regge. Se andiamo a proporre uno spin-off di un fumetto, non c’è speranza di sopravvivenza, e quindi non ci proviamo nemmeno.

I tempi di sviluppo sarebbero stati infernali, perché abbiamo ricevuto conferma della pubblicazione di “Nomen Omen” a ottobre, e avremmo dovuto fare tutto quanto di corsa e senza progettualità. Poi, io mi sono avvicinato al romanzo con grande umiltà, perché l’idea era quella di realizzare racconti, che poi si sono trasformati in una light novel, la quale si è evoluta in un romanzo. O almeno così mi dicono. Ancora per un po’, lo chiamo romanzo anche io. Però mi sono accorto dopo che era un romanzo, in qualche modo.

Tutto è montato assieme passo dopo passo. Il progetto di far arrivare in Stati Uniti anche quel genere di prodotto c’è, ma lo facciamo lievitare con calma.

Senti, Marco, fa più paura sentirsi definire romanziere o essere pubblicati dalla Image Comics?

No, no. Romanziere tutta la vita. Fa spavento. E poi in Italia significa un peso pazzesco. Io ho cercato di mantenere il linguaggio del romanzo simile a quello del fumetto, uscendo un po’ dal genere che poteva essere. Mi son detto di continuare a scrivere fumetti, di non pensare a come dovrebbe variare la comunicazione cambiando il formato e il mezzo. E poi è un processo molto diverso, perché è vero che Jacopo l’ha illustrato, ma è arrivato in un secondo momento. Quando scrivi un romanzo sei davvero da solo con lui, e in quel periodo lì tu ti poni un sacco di domande.

Gli scrittori che passano al Fumetto dicono sempre che passano da un sistema di lavoro totalmente solitario a uno di collaborazione, di cui a volte si innamorano anche per questo.

Totalmente vero. Il nostro romanzo, poi, è nato in modo super scemo, mentre pensavo a una specie di inside joke tra di noi. Io pensavo di scrivere un paio di fan fiction stupide, di postarle in rete e vedere cosa sarebbe successo.

Veramente?! [rido come un pazzo]

Eh sì! Le ho portate al mio editor, Diego Malara, e lui mi ha detto: “Questo significa che se me ne fai altre… dodici, tredici… ci facciamo uscire il romanzo“. Quindi capisci che c’è stato un approccio molto easy. Se adesso arrivasse un editore e mi dicesse che vuole un romanzo da me, io scappo subito a Portland dalla Image!

Domanda che avrei voluto fare a Jacopo, oltre che a te. Come abbiamo visto nei primi due volumi, i colori hanno un ruolo importante, che spicca sul bianco e nero di base delle tavole: oltre a connotare la magia dei singoli personaggi, che incarnano delle storie, ha anche un ruolo di significato e che riguarda l’identità?

Alla fine del secondo volume spiegavamo che i colori hanno una qualità che codifica la magia, come un codice. Ma tutta questa storia è nata dalla nostra idea per cui la magia è un concetto quantomeno spirituale e filosofico. Se parlare di filosofia è complicato, parlare di spiritualità è quasi evangelizzazione. E io non voglio ancora creare una setta. Non mi sento pronto!

Nel caso, fammi sapere. 

Nomen Omen vol. 1: Total Eclypse of the Heart, copertina di Jacopo Camagni

Sarebbe in un posto bellissimo, tranquillo! [Ride] Il punto è che non c’è spazio in “Nomen Omen” per parlare di magia dal punto di vista filosofico. Però la storia ne parla di magia, e non lo fa in maniera pop, trattandola in modo basico, come un super potere o riducendola a un paio di raggi colorati qua e là.

Dovevamo trovare una chiave e l’abbiamo trovata nella sinestesia, lasciando intendere che chi ha una percezione del senso magico, della meraviglia e della spiritualità che tutte questo porta con sé, la sente come qualcosa che non sa spiegare. E cosa sono i colori per le persone che, come Becky, non possono vederli? Sono qualcosa che non puoi spiegare. Prova a togliere al rosso tutti gli aggettivi che dai alle cose che portano il colore rosso.

E questa è davvero l’occasione di un’apertura dell’immaginazione. Il non trovare le parole, i limiti del linguaggio ti spingono a immaginare. E trovo molto affascinante il fatto che non ci siano, sostanzialmente, parole per definire un colore. Ti aggrappi a dei concetti, a delle cose che si assomigliano. Stessa cosa per la magia. Credo sia proprio difficile spiegare come, nella quotidianità di tutti i giorni, ci possa essere qualcosa che va oltre le apparenze. E da lì nasce il parallelo con l’ineffabilità del colore.

“Nomen Omen” mi affascina per una cosa molto specifica, a tratti. Di solito, si ha l’impressione che, in termini di visione del mondo e punto di vista, in una storia come questa gli autori si identifichino con il protagonista, o almeno che sia per loro un modello, a modo proprio. Io, invece, ho l’impressione che voi non vi identifichiate affatto con Becky, che è un personaggio positivo e sostanzialmente innocente. Al limite volete che lo facciamo noi lettori. Solo che non so con chi voi vi identifichiate. Mi sveli questo segreto o deve rimanere un mistero? Chi siete voi in questa storia?

Eh… che domanda. Posso dirti che è una dichiarazione su cui non posso sostituirmi a Jacopo. Io, Becky… la sento veramente molto vicina, almeno… come una figlia. Una figlia che abbraccio, che bacio continuamente sulla fronte, a cui dico che è tutta colpa mia: “Scusami, tieni duro, ce la faremo…” Ma che non so come… tenere insieme. Perché Becky è un casino. A me dispiace molto per lei. Adesso, con il terzo volume, ancora di più. Ma deve farcela da sola. Non posso esserci io dentro di lei.

Invece, posso dirti che quando scrivo i dialoghi di Taranis, io mi sento in telescrittura. Così come le medium dell’Ottocento che si facevano possedere dagli spiriti per cogliere messaggi da un altrove, credo che, nonostante sia un personaggio negativo, possessivo, abusivo, tirannico e insicuro, di un’insicurezza che lo rende violento, il sogno di Taranis sia così tanto dentro di me che io lo sento vicinissimo.

Be’, dopotutto è il più scrittore di tutti i personaggi, perché non si limita a voler plasmare il suo proprio destino, ma quello di un mondo intero, come un narratore.

Sì! Jacopo forse ti direbbe – provo a immaginare – qualcosa di simile, ma per altri versi. Io fatico a risponderti con leggerezza, perché Taranis è davvero un personaggio negativo. E chiunque lo ami, come me, deve ricordarselo che lui è uno che usa la gente, costringe tramite il dolore. Per me, però, scusare gli antagonisti – anche se usare questa parola dentro “Nomen Omen” è un po’ una barzelletta – in una storia così è impossibile. Devi guardarli in faccia e ammettere anche i lati negativi, senza alibi.

 

Marco Bucci Claudio

 

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