Donny Cates è lo sceneggiatore sulla bocca di tutti. Stella in rapida ascesa ai massimi livelli, attuale firma di Venom, Absolute Carnage, Guardians of the Galaxy e presto di Thor, ha in mano alcuni dei personaggi fondamentali della Marvel ed è destinato a far impazzire pubblico e critica ancora a lungo.

Grazie alla gentilezza e disponibilità dello staff di saldaPress, abbiamo avuto modo di intervistare lo sceneggiatore di Redneck, BabyteethGhost Fleet. Tutta roba che vi consigliamo di leggere al più presto.

 

 

Non nascondiamo una certa emozione nel presentarvi questa intervista, che fortunatamente ha tirato fuori da Cates diversi aspetti personali e interessanti del suo modo di intendere le storie e il proprio lavoro. Buona lettura.

 

La mia prima domanda non è fumettistica: Donny Cates, ti piacciono i Creedence Clearwater Revival?

Ehm… no.

Cavolo! Non è proprio la risposta che avrei voluto.

[Ride] Non è che mi facciano schifo. Alcune canzoni mi piacciono. Mi piace quella canzone… “Have you ever seen the rain…“. In generale, quello che conosco di loro mi piace, solo che non li ho mai approfonditi, non mi sono mai innamorato. Perché?

Perché quando leggo le tue storie penso alla loro musica.

Davvero?

Sì. E sono una delle mie band preferite in assoluto. Ti spiego il paragone: credo che vadano alla radice delle cose, soprattutto a livello musicale. Con pochissimi elementi e idee molto chiare, tirano fuori dei capolavori di semplicità, condensati. E credo che tu racconti più o meno seguendo lo stesso schema. Vai al nucleo dei personaggi e delle trame, e su quello costruisci. Ti ci ritrovi?

Ghost Fleet, copertina di Daniel Warren Johnson

Abbastanza. Soprattutto per quanto riguarda il mio lavoro alla Marvel. La gente spesso mi chiede quanto lavoro di ricerca faccia per le storie, e la mia risposta è sempre la stessa: in pratica, non ne faccio. Ma è come se ne avessi un sacco alle spalle, perché leggo le storie di questi personaggi sin da quando avevo tre anni, quindi conosco le loro voci. So come parla Peter Parker, so come parla Eddie Brock.

Sono uno che scrive per addizione. Non mi piace scrivere storie che parlino di storie, punto sempre ad aggiungere elementi alla mitologia dei personaggi. Venom è un buon esempio di questo mio atteggiamento: gli ho dato una sua mitologia, il suo spazio, il suo mondo personale.

E poi sono uno che pianifica in anticipo. Quando prendo in mano una nuova serie e voglio dare la mia visione personale, progetto sempre qualcosa come cinque anni di ciclo narrativo, in un processo in cui le cose sono sempre strettamente intrecciate e interconnesse. Ho sempre un piano molto lungo in mente, uno che la gente non dovrebbe riuscire a intuire per un bel po’. Spero che funzioni.

E però hai anche sempre un’ancora che ti mantiene sul tuo baricentro, anche quando metti insieme cose che tra loro non dovrebbero funzionare. Penso a “Thanos vince!”: da un lato racconti una storia che è un vero incubo, con un personaggio oscuro e realmente spaventoso, dall’altro ci butti dentro – quasi lo fai cadere dentro – una figura esagerata e comica come il Ghost Rider Cosmico. Non dovrebbero stare bene assieme, eppure lo fanno, e non danno mai l’idea di essere fuori contesto uno rispetto all’altro. E non ho la minima idea di come tu faccia. Qual è il segreto?

Thanos #13, copertina di Geoff Shaw

Non è un segreto, è un trucco di magia. E ha a che fare con l’equilibrio delle cose. Io sapevo che “Thanos vince!” avrebbe proposto il Titano per due volte come protagonista principale. In un caso del genere sai che le cose si faranno fottu*amente tenebrose molto in fretta, anche solo quando quei due tizi parleranno tra loro. E quindi avevo assolutamente bisogno di una ca**o di persona che alleggerisse le cose, qualcuno che facesse una ca**o di battuta. E a dimostrazione di quanto “Thanos vince!” sia un ciclo di storie oscuro, Punisher è la chiave comica della storia.

Avevo in testa l’idea per questo personaggio da un sacco di tempo, da molti anni prima di arrivare alla Marvel, ma non sapevo cosa diavolo farmene. Avevo proprio in mente l’immagine stessa di Ghost Rider che guidava una moto nello spazio, e da ragazzino amavo il fatto che la Casa delle Idee presentasse spesso nelle storie dei personaggi mascherati che tu non avevi la minima idea di chi fossero. Quando pensavo a come fare per trascinare Thanos nel futuro, mi è venuto in mente che, ca**o, avevo il personaggio perfetto. E subito dopo mi sono detto che a nessuno la vendetta piace più che a Frank Castle. Da lì è stata tutta retro-ingegneria.

Ad ogni modo, “Thanos vince!” è stato per me una specie di esperimento, il tentativo di raccontare una storia iper-brutale tentando di realizzare il fumetto Marvel che facesse più rumore in assoluto per le mie possibilità. Perché era il mio debutto con l’editore, quindi volevo qualcosa che facesse casino, che attirasse l’attenzione. A quanto pare, ha funzionato.

Puoi ben dirlo! Credo che la tua storia che preferisco sia “God Country”, e credo che sia anche una delle più rappresentative del modo in cui lavori, perché è tutta concentrata sui personaggi. Dico bene?

La trama non conta. La trama è solo il modo in cui arriviamo a raccontare i momenti che contano, capisci? Pensa a “Star Wars”. Se chiedi alla gente di che cosa parli, la gente inizia a parlare di Impero, alieni, Jedi. Ma non è di questo che parla davvero. La storia riguarda un ragazzino cresciuto in una fattoria che guardava le stelle e sogna di raggiungerle. Giusto?

Giusto.

E quando perdi di vista questo e inizi a concentrarti solo sulla mer*a spaziale, le luci e lo spettacolo…

…Ottieni la seconda trilogia.

Esatto. E hai perso tutto. Più è grande la prospettiva della tua storia, più devi concentrarti sulle piccole cose, secondo me. “God Country”, come sa dirti chiunque l’abbia letto davvero, non parla di dei giganteschi, non parla di una spada magica, ma parla di un padre e di un figlio. Questo conta. L’idea di base è che una piccola famiglia debba affrontare cose enormi che non sono sotto il suo controllo.

All’inizio della storia, la cosa prende la forma dell’Alzheimer, che è destinato a portarle via moltissimo, a prendersi la mente del vecchio. E quando le cose diventano più grandi, questo concetto di base non cambia: solo che la mente del protagonista è diventata la spada e l’Alzheimer sono diventati gli dei. Non è cambiata la dinamica, e la storia rimane in quel piccolo nucleo.

A proposito, ho l’impressione che la famiglia sia un tema fondamentale per le tue storie. Penso a “Redneck”, che racconta un’altra storia di famiglia. Cavolo, persino il Ghost Rider Cosmico vuole essere una figura paterna per il piccolo Thanos. Venom è diventato padre sotto la tua guida. Cosa c’è in ballo?

Be’, è vero. Sono convinto che, come tutti quelli che fanno questo mestiere, io mi trovi sempre a scrivere di ciò che mi spaventa.

Ah sì? Non l’ho mai vista in questi termini.

Sì. Credo che sia così.

Quindi sei spaventato dall’idea di essere padre?

Redneck vol. 3: Mogli e buoi, copertina di Lisandro Estherren

No, no. Cioè, sì, in realtà. Ma è una questione più grande. Un sacco del mio lavoro – anche le storie che non contengono il tema della famiglia, se guardi bene e asciughi i concetti – parla della perdita del controllo, della necessità di affrontare l’abisso infinito, della fine di tutto, dell’Apocalisse. La gente vive come se nulla di tutto questo dovesse mai accadere, ma la verità è che lo farà e ne abbiamo la certezza. L’entropia è una certezza. La fine del mondo è una certezza.

Solo che per me questa cosa non è un concetto tenebroso e deprimente, perché ti consente di capire cosa conti davvero, cosa sia davvero importante. E la risposta a questa domanda è: la famiglia. Capisci? In questo senso scrivo di quel che mi fa paura, e di ciò a cui mi aggrappo per dare una ca**o di risposta di fronte a questo folle abisso di mer*a.

“Redneck” è la storia di cui sei più innamorato? Si può dire?

La storia di cui sono più innamorato è sempre quella che sto scrivendo nel momento in cui scrivo. Il mio approccio è affrontarle tutte con la stessa passione, lo stesso impegno e lo stesso amore. Certamente “Redneck” è quella più vicina alla mia famiglia, ai luoghi in cui sono cresciuto, a volte quella che mi provoca le emozioni più forti. In alcuni casi mi sono trovato a piangere mentre la scrivevo, più di quanto sia accaduto con altre.

E l’ho fatto anche io! Maledetto, mi hai proprio fregato! 

Quando? Il matrimonio?

Sì. Ho versato qualche lacrima.

Eh, il matrimonio è tosto, vero? E non riesco a credere che la gente non se lo aspettasse, perché quando arrivano ad Austin e Bartlett incontra la sua donna non succede niente per un po’. Tutto sembra andare bene, ma molto, molto, molto bene. E se hai mai letto una storia scritta da me, sai che quando le cose vanno bene devi aspettarti un’inondazione.

E infatti mi aspettavo un macello, ma non quel tipo di macello. E quando ho letto quella svolta ti ho detestato. E quando ho smesso di detestarti mi sono trovato a volerti bene, come alla storia ancora di più.

E il nome del personaggio che combina tutto quel casino è Evil. Ragazzi, vi avevo messo la risposta davanti al naso ma non avete voluto vederla.

Lo hai fatto. Come in un cacchio di racconto di Edgar Allan Poe. E so bene che avrei dovuto anticipare la tragedia che stavi organizzando, ma mi hai fregato.

Ed è così che io scrivo ogni volta. In ogni occasione in cui ho l’impressione che la gente penserà che vada in una direzione, mi chiedo come fare a girare a destra invece che a sinistra. Cosa che è quasi sempre saggio fare. “Thanos vince!” è a suo modo un esempio di questa cosa. Lo stupido titolo della storia dice cosa succede. Thanos vince, alla fine, e lo farà sempre. Vi dico cosa succederà nella storia perché vi aspettate che io lo neghi. Se non succede, vi ho mandati fuori equilibrio.

Molti dei tuoi colleghi sceneggiatori dicono di scrivere le storie che vorrebbero leggere. Può darsi che tu, invece che te stesso, abbia più in mente i lettori, quando racconti? Perché c’è qualcosa, nelle storie che racconti, di diverso dalla maggior parte delle altre, nella loro semplicità, e che non riesco a cogliere.

Thor #1, copertina di Olivier Coipel

Credo che sia una combinazione dei due atteggiamenti. Prima di scrivere, ho gestito una fumetteria per un sacco di tempo, e ogni volta che mando una sceneggiatura a un editore cerco di assicurarmi che valga i quattro dollari che costerà. E questo è quanto. Cerco di realizzare un contenuto che abbia valore, invece che qualcosa con cui mi faccio le seghe per poi far perdere tempo alla gente.

Quando avevo la fumetteria leggevo un sacco di fumetti che non valevano i quattro dollari che chiedevo alla gente. Per me è diventata una questione di rispetto reciproco tra me e i miei lettori ed è importante che, se entri in un negozio e trovi qualcosa che ha scritto sopra il mio nome, tu sappia che è pensato per te e che c’è abbastanza fumetto in quel fumetto da rendere la sua lettura un’esperienza sensata. E mi va bene anche se ti farà incazzare, con la storia o con me, perché il mio lavoro è farti provare emozioni. L’Arte non è un pacchetto di caramelle. Se leggi una storia e l’adori, piangi, ridi o ti trovi a urlare per la stanza “Fanc*lo, ho chiuso con questo tizio!”, allora ho fatto il mio lavoro. Ho fallito solo se giri l’ultima pagina e dici “va be’”. Se ti annoi, ho fallito.

Non è ancora successo. Se succederà, te lo farò sapere. 

E ti prego di farlo.

Ultima domanda. Sono un fan del personaggio di Thor da quando ero ragazzino e sono un grande fan di Jason Aaron. E, come forse avrai capito, sono un tuo grande estimatore. Ed eccoti qui, il prossimo sceneggiatore di “Thor”. La domanda è: “God Country” non parlava di una ca**o di spada magica. Il tuo “Thor” parlerà di un ca**o di martello magico?

No. Oh no.

Grazie mille.

Certo che no. E voglio dirti di cosa parlerà. Di un re che pensa che forse i suoi giorni migliori siano alle sue spalle. Ecco di cosa parla la mia run. Di un uomo invecchiato che si chiede: “Ho già dato il meglio che potevo? Non vedrò mai più niente di più grandioso?”. Perché questo è il mio modo di onorare il ciclo di storie di Jason Aaron. Era l’unico modo in cui potevo affrontare l’impegno di prendere in mano la serie dopo di lui: lasciare che Thor affrontasse qualcosa di simile nelle pagine della storia.

La storia parla di me che esco dalle tenebre e mi chiedo se riuscirò mai a raccontare qualcosa di interessante dopo anni così belli. E Thor sarà seduto sul trono a domandarsi se ora non sia soltanto un vecchio noioso, se ancora sia degno di qualcosa.

 

Donny Cates Claudio

 

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