Molti di voi avranno sentito o letto le parole dell’attore Toni Servillo, intervistato da Repubblica in quanto protagonista di 5 è il numero perfetto, film diretto da Igort, già autore del fumetto nel 2002.

Non graphic novel: fumetto.

Con queste parole, ci troviamo a parafrasare un altro grande della Nona Arte italiana: quasi letteralmente le ha pronunciate Gipi, intervistato da Concita De Gregorio su Rai 3. Qualcuno ricorderà. Noi dobbiamo farlo per forza, perché – come succede a intervalli quasi regolari – un personaggio della cultura del nostro Paese parla del medium di cui ci occupiamo e lo fa con grande sufficienza.

Stavolta è toccato a Toni Servillo. Vi riportiamo le sue parole:

 

Igort è uno straordinario autore di graphic novel, cioè un genere che si affranca dalla riduttività del termine “fumetto” e va verso un’ambizione, mi sembra ormai conclamata, di vera e propria letteratura. 5 è il numero perfetto appartiene a questo genere, per cui noi non abbiamo mai avuto la sensazione di dover passare dalla bidimensionalità alla tridimensionalità. Sia detto con il massimo rispetto: nessuno di noi ha mai pensato di fare Topolino e Paperino al Cinema. È una storia che ha una forza drammaturgica, una chiarezza di contorni dei personaggi, dei bellissimi dialoghi, per cui è come se ci fosse stata consegnata una vera e propria sceneggiatura.

 

Ora, siamo certi che Servillo non avesse alcuna intenzione di risultare impreciso e approssimativo, di ridurre a poca cosa il Fumetto in generale, di diminuire in qualche modo la dignità di un termine, che definisce “riduttivo”, e di un linguaggio.

Tuttavia, siamo alle solite. Non Fumetto, per carità… graphic novel. In inglese, che aiuta moltissimo ad affermare una differenza che non c’è, soprattutto grazie al fatto che gran parte del pubblico non ha la minima idea di cosa significhi questa espressione. Si fa molta più bella figura, in particolare quando non si è fumettisti, a parlare di graphic novel. Non di Fumetto, sia mai.

5 è il numero perfetto, copertina di Igort

Cosa vorremmo dire a Toni Servillo, se mai ci leggesse? Forse che la parola “Fumetto”, che lui identifica con Paperino e Topolino, non è diversa dalla parola Cinema, che noi, com’è giusto, non identifichiamo arbitrariamente con Gianni e Pinotto, perché siamo consapevoli del fatto che abbracci una varietà di generi molto ampia, che rappresenti un mezzo comunicativo, il quale ha una storia importante e gloriosa, in continua evoluzione, in grado di regalare emozioni, sogni, intrattenimento, risate, lacrime, ispirazione ed eccitazione al pubblico. Proprio come il Fumetto, di ogni genere e forma, se fatto bene.

Forse proveremmo a spiegargli che il suo errore più grande è tecnico e linguistico, dettato da una comprensibile ignoranza dell’argomento, perché la graphic novel non è un genere, ma un formato editoriale: un fumetto tendenzialmente non seriale (anche se può essere inserito in tale contesto), con un inizio e una fine riconoscibili, che racchiude un arco narrativo conchiuso e ben identificabile. Come un film, insomma: una storia che può essere fruita a sé, senza stretta necessità di un retroterra, e che non è distinta dal Fumetto come linguaggio, ovviamente, semmai dalle serie a fumetti, come un lungometraggio si distingue da una serie TV.

Non è però questa la distinzione sottesa dalle sue parole. No, Servillo fa un distinguo snobista ed elitario, affermando che il Fumetto non ha poi tutta questa dignità, mentre la graphic novel sì; si affranca dai supposti limiti del Fumetto perché – come soffriamo ogni volta che lo sentiamo dire – ha un’ambizione di vera e propria Letteratura. Mica Topolino e Paperino. Secondo le parole dell’attore, si tratterebbe di una questione di autorialità, di ambizione, di valore intrinseco.

Motivo per cui chiederemmo a Servillo come mai non si faccia problemi nel definire Cinema tanto quello di Sorrentino quanto quello dei Vanzina o dei fratelli Wayans, di John Carpenter o di Umberto Lenzi. Perché chi gira un film, a prescindere dalla sua supposta serietà, dall’altezza dei suoi temi, dalla pretesa di fare cultura, popolare o meno, è sempre un regista, mentre Igort non può essere un fumettista come lo sono Leo Ortolani, Francesco Artibani, Diego Cajelli e Roberto Recchioni, bensì un “autore di graphic novel“?

Non c’è risposta. Non tanto perché Servillo non sia qui a risponderci, ma perché una risposta seria, tecnica, informata, non esiste. La graphic novel è Fumetto, è una definizione, con tutti i limiti e le eccezioni di ogni etichetta in campo artistico, che sta dentro l’alveo del Fumetto, il quale non è e non potrà e non dovrebbe mai voler essere Letteratura; una forma di narrazione diversa, che ha regole sue, determinate non dalle pretese artistiche e dall’altezza dell’ingegno di chi la realizza, ma dai suoi scopi, dal suo funzionamento tecnico, dalle sue caratteristiche formali. Come il Cinema, come la Canzone, come la Lirica. La Letteratura non è sorella maggiore del Fumetto. Come non lo è l’Arte Figurativa. E dio scampi chi vi scrive, che la Letteratura la insegna a scuola da anni, da tutti quei fumetti che hanno “un’ambizione mi sembra ormai conclamata, di vera e propria letteratura“.

Questo diremmo, probabilmente, a Servillo. Non siamo sicuri che servirebbe a qualcosa. Sono anni che lo ripetiamo a moltissimi. Sempre di più ci ascoltano, anche se non sono ancora a sufficienza. Forse l’interprete di 5 è il numero perfetto avrebbe la pazienza di ascoltarci e realizzerebbe il suo errore tecnico, certamente in buona fede, che lo ha fatto suonare un po’ supponente alle orecchie di coloro che conoscono la differenza tra genere e linguaggio e degli appassionati di Fumetto, mai così presente nella vita e nell’immaginario culturale del mondo eppure ancora tristemente e ingiustamente bistrattato.

 

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