La saga cinematografica degli X-Men giunge a conclusione. Dopo sette film (e diversi spin-off), Simon Kinberg chiude i conti con la complessa, rimaneggiata, ricostruita, rinverdita e rimontata epopea dei mutanti Marvel: aperta da Bryan Singer nel 2000, apparentemente affossata da Brett Ratner nel 2006, resuscitata da Matthew Vaughn nel 2011 e quindi ripresa con il botto da Singer nel 2014 e ricondotta in acque poco piacevoli dallo stesso regista due anni dopo, si chiude con questo X-Men: Dark Phoenix.

Esattamente come in X-Men: Conflitto Finale, Jean Grey è al centro dell’attenzione e la Forza Fenice, una delle minacce per eccellenza dell’Universo Marvel fumettistico, nonché una delle fonti di energia e potere più grandi in assoluto, è destinata a prendere possesso di lei. Questa volta c’è molta più aderenza con la versione fumettistica, dato che la Fenice viene presentata, sebbene in chiave ammodernata e meno simbolica, in maniera non dissimile da come fu immaginata da Chris Claremont negli anni Ottanta: una potenza cosmica senziente, fonte di vita e di rinnovamento quanto agente di distruzione senza pari, attratta dai poteri di Jean Grey, perfetta casa umanoide dove trovare conforto.

Una Jean che mostra, in questo film, tutte le sue insicurezze, che ci si svela di fronte agli occhi nei suoi traumi del passato, nel suo rapporto con Charles Xavier, suo salvatore, mentore e insegnante che, come ogni figura paterna, ha meriti e demeriti nei suoi confronti, nella gestione della crescita di colei che potrebbe essere la mutante più potente in assoluto e che sta per diventare avatar di un’entità cosmica a tutti gli effetti. L’incontro tra Jean e la Fenice sarà foriero di rivelazioni per la giovane donna, non tutte piacevoli, nonché l’inizio di un percorso che la porterà ad allontanarsi dai suoi compagni di avventure, dal sogno di Xavier, dall’amore della sua vita, in cerca di un’identità da sempre fragile e da ricostruire. A tramare nell’ombra, la razza dei D’Bari, che da tempo insegue la Fenice per imbrigliarne il potere colossale, con piani poco amichevoli nei confronti della razza umana e di quella mutante.

Salutiamo la saga Fox sugli X-Men, diciamo addio al cast che l’ha animata negli ultimi anni. Avremmo voluto farlo con un film convincente. Dark Phoenix non lo è. Tutt’altro. Siamo sempre in zona X-Men: Apocalisse. C’è una sceneggiatura fragile, ci sono scelte di cast decisamente poco appropriate, c’è un’interazione tra i personaggi schematica e prevedibile. Gli stessi difetti del precedente lungometraggio della serie. Con l’aggiunta di una regia onestamente poco all’altezza. Kinberg non è privo di idee. I temi sul piatto sono interessanti. C’è l’analisi della personalità di Charles, dei suoi difetti e della sua sfera emotiva ancora da capire; c’è il confronto tra una generazione di X-Men ormai adulta e matura, incarnata da Bestia e Mystica, con quella più giovane, di Ciclope, Tempesta, Nightcrawler e gli altri, che sottende una differenza anche ideologica e di bisogni; ci sono donne al centro dell’attenzione, non solo nel campo dei buoni, ma anche in quello degli antagonisti, dato che i D’Bari sono guidati da un’algida e minacciosa Jessica Chastain.

Quel che manca è un’idea di messa in scena interessante. La regia è spiazzante, piena di primi e primissimi piani che si fatica a giustificare e che tendono a sottrarre pathos invece che aggiungerne. Anche perché gli attori più in parte in assoluto, James McAvoy e Michael Fassbender, sono costretti da parti non proprio interessantissime e piuttosto sacrificate, così come una svogliatissima Jennifer Lawrence. Anche i tempi della narrazione ci paiono poco convincenti, con un primo atto abbastanza vivace, un secondo lentissimo, davvero noioso, e una chiusura prevedibile. Il che rende la pellicola anticlimatica. Si aggiunge al novero delle scelte poco chiare la colonna sonora di Hans Zimmer: onnipresente, ci suggerisce costantemente come dovremmo sentirci riguardo a quel che vediamo sullo schermo. Invece di ovviare alle mancanze della regia, risulta ancora più fastidiosa durante la visione.

X-Men: Dark Phoenix è quindi un film sgangherato sotto troppi punti di vista. Il problema non è Sophie Turner, secondo noi, che pure è un’attrice senza il carisma necessario per interpretare un personaggio affascinante, tormentato e forte come Jean Grey. L’attrice britannica è mediocre di suo, ma non sfigura e, tutto sommato, tiene la scena in maniera discreta per la maggior parte del tempo. Meglio delle aspettative, insomma. Il problema è la scrittura di Kinberg, la sua idea di come vada strutturato un film di questo genere, la sua visione registica e ritmica della storia; la quale non decolla mai, non emoziona granché e chiude una saga contraddittoria ma amatissima in maniera impacciata e insoddisfacente.

Ora tocca ai Marvel Studios. Staremo a vedere cosa combineranno gli X-Men una volta tornati a casa.

 

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