Nel corso di una chiacchierata con noi avvenuta lo scorso 23 maggio, Alessandro Bilotta ha fatto un bilancio della sua esperienza come scrittore di Mercurio Loi, serie pubblicata da Sergio Bonelli Editore che ha raccontato per sedici numeri – più un albo della collana Le Storie – le avventure dell’omonimo Professore della Roma papalina.

Lo sceneggiatore romano ci ha parlato del processo creativo che l’ha portato a delineare il personaggio e le sue avventure, per poi spaziare per il medium Fumetto e le possibilità narrative che esso rappresenta.

 

Ciao, Alessandro! Bentornato su BadComics.it.
Qual è stata l’idea primigenia alla base “Mercurio Loi”?

Mercurio Loi 1, copertina di Manuele Fior

È difficile per me risalire a dove nascono le idee. A volte è qualcosa di estremamente non delineato o fumoso, altre qualcosa di molto banale. Quindi, più che altro, è il modo in cui si lavora in maniera stratificata a portare alla definizione di quello che chiamiamo “idea”.

Nel caso di “Mercurio Loi”, c’è stata la convergenza nello stesso momento di diversi elementi: ti direi che in principio erano apparentemente moto vaghi, ma le fondamenta erano comunque già chiare: volevo provare a raccontare un certo spirito romano indipendentemente dall’epoca in cui fosse collocato, quel certo atteggiamento esistenzialista e fatalista, e desideravo recuperare un certo senso della meraviglia proprio delle storie a fumetti dei super eroi, magari più sotto il profilo del loro spirito che dei contenuti.

Sedici capitoli, sedici temi e sedici generi differenti.

Anche in questo caso, l’origine di questa scelta deriva da un’ovvietà: sono andato a cercare i grandi interrogativi dell’uomo in base quelli che mi pongo personalmente. È stato tutto molto naturale, sia in una fase iniziale sia in un secondo momento, quando è stato necessario un approfondimento e uno studio specifico per ognuno.

Mercurio Loi e i suoi comprimari si muovono in una città che è anche spazio scenico, delimitato da quinte e sipari: edifici, strade e viali alberati. Qual è, per te, il rapporto tra rappresentazione teatrale e Fumetto?

Questo parallelismo è possibile grazie al filtro del Fumetto. Di questa sensazione ne parla un po’ il numero tre [“Il Piccolo Palcoscenico” – NdR], e anche la sua introduzione. L’idea che in qualche modo il racconto a fumetti assomigli alla ricostruzione di una scenografia miniaturizzata, come quella delle marionette, va verso un percorso di imitazione della realtà, provando a concepirla come fosse composta da scenografie e da personaggi che in esse si muovono.

È il procedimento con cui nasce il linguaggio del Fumetto o, almeno, lo è per me: siccome ritengo non ci sia nulla di più lontano dal Fumetto del Cinema, e viceversa, mi fa piacere che con il primo l’apparato di finzione possa apparire in maniera così manifesta.

In “Mercurio Loi” esiste una forte dicotomia cromatica tra il giorno e la notte, con uno studio narrativo molto approfondito nel legame tra ciò che accade nelle ore dirune e il mondo esposto al chiarore della luna.

Mercurio Loi 3: Il piccolo palcoscenico, copertina di Manuele Fior

Queste distinzioni, anzi, questi dualismi, mi sono stati suggeriti dalla città. Un po’ dalle contraddizioni che vivevano allora, un po’ anche da quelle odierne. È la città che per sua natura è duale, non le circostanze.

Sul numero 2, quando Mercurio è in carrozza con la sua futura moglie, parla del dualismo romano, di questa maschera. Ad esempio: a Roma si festeggia il carnevale – pagano e mal visto dalla Chiesa – il giorno prima dell’inizio della Quaresima, periodo di rispetto, astinenza e contenimento. Questa dicotomia nasce procedendo per suggestioni.

Nella stessa città c’è inoltre un altro dualismo: oggi, come allora, è lì presente la sede politica così come la massima rappresentanza dell’istituto religioso. Eppure, i romani sono indifferenti a tutto ciò, ospitano queste contraddizioni ma sono del tutto impermeabili a esse, o più in generale agli equilibri di potere.

Nel corso del Comicon hai partecipato con il Dottor Pira e Lorenzo Mò a un confronto sul legame tra il gioco e la narrazione a fumetti. Se nel gioco il vero premio sta nella ricompensa finale (obiettivo, punti esperienza ecc…), e quindi in una sorta di doveroso happy ending, come può funzionare un simile parallelismo anche nella narrativa?

La mia convinzione è che il lettore si premi con il percorso. Anche i giochi, secondo me, rappresentano questo concetto: ci sono dei videogiochi a cui sono molto appassionato, ma che non ho mai portato a termine. Funzionano un po’ come la vita: “le cose che ti capitano mentre sei impegnato a fare altro”.

Abbiamo l’illusione dello scorrere tempo – di cui è stata dimostrata la non esistenza – e l’illusione di avere dei punti di arrivo, i cosiddetti “obiettivi”. Spesso li raggiungiamo senza accorgercene, perché sono solo una tappa intermedia, oppure ci fermiamo per strada.

Anche per quanto riguarda i giochi, siamo convinti che ci siano delle regole molto rigide, ma in realtà è sempre presente una componente di imprevedibilità, anche fosse solo quella umana del giocatore. Potremmo morire giocando, ad alcuni è successo! Quindi, ecco: trovo che il percorso sia sempre la materia più interessante. Al lettore bisogna offrirlo, con il finale conseguente da esso.

Parlando di finali, quello di “Mercurio Loi” ha tenuto fede alla peculiarità delle storie precedenti, risultando estremamente evocativo.

Anche in questo caso, è stata la natura del racconto di “Mercurio Loi” a suggerirmi quel tipo di finale. Non poteva essere qualcosa “da manuale”, a mio parere, con le trame che si chiudono in modo rassicurante. Non è mai stata rassicurante l’intera serie! Il numero 16 è stato in qualche modo la riproposizione dei singoli finali precedenti.

Nel corso della sua evoluzione, la serie ha cambiato radicalmente il suo ritmo: se i primi episodi presentavano una macrotrama orizzontale più blanda, gli ultimi hanno sicuramente accelerato il passo, in vista del concitato finale.

Mercurio Loi 2: La legge del contrappasso, copertina di Manuele Fior

Personalmente, vedo almeno tre ritmi all’interno della serie. Il primo, a cui si fa riferimento poche volte, è una partenza classica, considerando il prologo delle storie. Oltre a questi presupposti ho però inserito gli elementi stranianti per quel genere consolidato.

Non so quanto questa preoccupazione fosse sensata, ma sentivo l’esigenza di introdurre il lettore per gradi alla stranezza che si sarebbe rivelata in seguito. Poi ci sono stati i toni blandi delle trame destrutturate e successivamente l’accelerazione finale.

Certo, può lasciare spiazzato il lettore che si aspetta una serie infinita, ma facendo un parallelo con i capitoli di un romanzo, è facilmente comprensibile che il terzultimo e il penultimo possano contenere elementi più risolutivi dei primi.

Nel ultime battute di “Mercurio Loi” lo scorrere degli eventi sembra muoversi più velocemente dello stesso protagonista, un po’ come se il mondo vivo in cui si è mosso fino a quel momento avesse improvvisamente premuto il piede sull’acceleratore, arrivando a sorpassarlo.

Mi piace molto questa interpretazione, non ci avevo riflettuto, e da lettore di “Mercurio Loi” ce la vedo molto. A un certo punto è un po’ come se la macchina da presa fosse andata più avanti di lui, mentre Mercurio continuava a camminare, finendo fuori campo. Non ha cambiato la sua natura, e questo è forse un elemento anomalo. In quanto protagonista, siamo abituati a seguirlo in una storia, anche se l’evoluzione è tragica. In questo caso, pur essendo il personaggio cardine, è l’unico che non muta mai: resta imperturbabile come i classici eroi delle serie a fumetti, e questo lo porta nel finale della storia a esser più spettatore che protagonista. Gli eventi lo coinvolgono solo di striscio, o forse è lui stesso a scegliere di non farsi coinvolgere. Questa è sicuramente una scelta di racconto: non è mai stato un protagonista che si getta nella mischia. Conseguentemente, non ha scelto di farlo nemmeno alla fine.

Volendo fare un ragionamento sull’evoluzione di altri personaggi vicini al Professore, è doveroso soffermarsi sui suoi tre assistenti: ognuno di loro incarna un riflesso di una sua sfaccettatura, come lo è Robin per Batman. Tarcisio è un fantasma dei “bei tempi che furono”, una figura di confronto ingombrante per ogni suo successore; Ottone è il secondo “pupillo” che vuole dimostrare di essere il migliore, così da non sentire il peso del suo predecessore; e poi c’è il piccolo Dante, un elemento dai forti connotati assurdi calato in una realtà folle.

Mercurio Loi 8: Il colore Giallo, copertina di Manuele Fior

Ho inserito queste figure accanto a Mercurio per raccontarlo tramite le loro parole, senza che lui si ritrovasse a portare avanti dei monologhi irrealistici. Volevo che potesse essere raccontato da altri. L’idea degli assistenti è funzionale, attraverso le loro osservazioni si capiscono meglio le sfaccettature delle sue azioni: raccontano il lato di Mercurio che non si vede, quello un po’ fallimentare, sinistro e inquietante.

Nonostante sia entrato in scena solo più tardi, Dante è stato il personaggio che mi ha fatto coniare il titolo “Roma dei pazzi”. Non esistono più coordinate esatte tra chi è l’adulto e chi vive nel mondo infantile. Ogni regola e argine sociale è saltato: il protagonista è un adulto che fa rischiare la vita a un bambino! Inoltre, una schiera di adulti è guidata da un’altra bambina [Galatea a capo dell’organizzazione Sciarada – NdR].

Un mondo di follia, creato per rendere più mostruosa la visione delle vicende; un po’ come lo specchio della realtà offerto dal Manicomio Arkham e dai suoi inquilini, nel mondo di Batman. La dimostrazione di come siano saltate le barriere sociali.

Facendo un parallelo con i dipinti “La nave dei folli”, di Hieronymus Bosch, e “La zattera della Medusa”, di Théodore Géricault, chi è l’uomo razionale che guida il popolo impazzito verso la terra in cui potrà vivere in pace?

Diciamo che Mercurio è razionale solo in apparenza. In questa sua non razionalità, che adesso ti esplicito, si ritrova a tradire le aspettative del lettore riguardo alle indagini: è in grado di scomporre un cibo [“Mercurio Loi 4: Il cuoco mascherato – NdR], ma si tratta solo di una pietanza, non di risolvere un delitto! Mercurio è razionale, ma lo seguiamo prendendo per buona la sua follia, incarnata unicamente dal fatto che la sua attenzione è catturata unicamente da ciò che possa interessarlo. A volte può essere qualcosa di assolutamente irrilevante, come gli ingredienti dentro una ricetta, un ragionamento sui massimi sistemi con un barbiere oppure una passeggiata.

Ciò che lo definisce come personaggio – e come serie – è quanto sia davvero anomalo ciò su cui lascia cadere il suo sguardo. Nelle storie siamo costretti a seguire quelle cose apparentemente irrilevanti e a cui solo lui presta attenzione.

Spesso hai utilizzato il lettore come vero e proprio personaggio della storia. È protagonista delle scelte di trama all’interno del numero 6, “A passeggio per Roma”, e può entrare e uscire dalla casa del Professore, come è accaduto in particolare nel primo e nell’ultimo numero della serie.

Mercurio Loi 10: L'uomo orizzontale, copertina di Manuele Fior

È la natura di ogni singola storia in grado di decidere quale debba essere la partecipazione del lettore. Dando per assodato che “Mercurio Loi” è una serie che fin dall’inizio si pone l’obiettivo che il lettore sia un agente determinante, come tu hai esplicitato l’esempio assoluto è il numero 6: senza di lui non esisterebbe alcuna storia.

Dunque, una delle caratteristiche della serie è proprio coinvolgere il lettore a vari livelli, dando un’interpretazione di molti passaggi delle storie in cui voglio che ci sia la sua partecipazione, quasi rendendolo un assistente, come se i personaggi lo stessero guardando, chiedendogli di comporre la storia.

Forse, anche questo trae origine da tutto quello di cui abbiamo parlato: di base, si sta chiedendo di guardare in una direzione in cui, in genere, non si guarda nel corso di una storia. Tutto questo nasce dalla mia idea di scrittura: lo scrittore è qualcuno che lancia uno sguardo dove anche altri hanno già posato gli occhi, ma lui lo fa in modo diverso. In tal senso, per i lettori l’autore diventa una guida che segnala le cose, facendo notare loro degli angoli e delle sfumature che nessuno aveva mai notato.

Guardando al percorso fatto nel corso di questi mesi, c’è qualcosa di “Mercurio Loi” che faresti in modo diverso o che porterai con te?

Non rifarei mai nulla delle cose che faccio. Questa cosa vale per la vita, e anche per le storie che scrivo. Forse dico questo perché ho paura del paradosso temporale secondo cui se cambio un dettaglio indietro nel tempo, chissà quale situazione peggiore mi ritroverei nel presente!

Con “Mercurio Loi” mi è stata data la possibilità di fare un percorso narrativo che per me è stato importantissimo. Ogni singola parola è stata decisamente pensata e voluta. Si tratta di un percorso che mi ha fatto andare nella direzione che volevo, che mi ha molto cambiato. Quando si ha l’opportunità di fare una cosa simile, di andare in una direzione nel corso del proprio lavoro ed esserne anche moderatamente soddisfatti (personalmente, non lo sarò mai al cento percento), secondo me alla fine ci si ritrova in un posto nuovo. Da questo posto nuovo, spero di tracciare nuove rotte.

Un’ultima, doverosa domanda su “Eternity”: ci sono novità sullo sviluppo del lavoro? Puoi anticiparci qualcosa?

Solo una sorta di gossip: sarà un fumetto rosa!

 

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