Le ginocchia tremavano. Non solo perché si sta scomodi, in posizione di squat, dietro un tavolo del centro congressi di Villa Erba, Cernobbio, durante il Lake Como Comic Art Festival, ma soprattutto perché c’era Mike Mignola seduto a quel tavolo: un artista che chi vi scrive riverisce da vent’anni e qualcosa e che finalmente era lì, a pochi centimetri, disposto a rispondere a qualche breve e concisa domanda.

Attorno a noi, un nutrito capannello di appassionati di varia nazionalità, che ha potuto ascoltare in anteprima l’intervista che il creatore di Hellboy ci ha gentilmente concesso. Le ginocchia, a dire il vero, un po’ ancora tremano.

 

La prima volta in Italia? Come sta andando qui a Como, finora?

Non la prima volta, ma sono passati molti anni. Finora è tutto grandioso, qui.

Parlando più strettamente di Fumetto, l’universo di Hellboy è giunto alla sua conclusione, per quanto riguarda il percorso narrativo del suo protagonista. Recentemente hai dichiarato di essere disposto a tornare per raccontare alcune storie mai narrate del passato del personaggio. Si trattava di una generica dichiarazione di intenti o c’è già qualche progetto?

Ben più di una dichiarazione. In effetti ho già scritto alcune sceneggiature. Tre o quattro, forse cinque sono già in lavorazione. Si tratta di storie classiche, ambientate nel mondo di Hellboy, con la natura e le atmosfere delle avventure che ho sempre raccontato, quelle che il pubblico conosce meglio.

Duncan Fegredo ne ha già disegnata una, che dovrebbe uscire abbastanza presto negli Stati Uniti. Ce ne saranno altre, di cui non posso dirti niente, ora come ora. Non so quante altre ne scriverò, ma sappiate che non ho ancora finito, insomma.

Hai sempre pensato di chiudere i conti personalmente con la trama principale di “Hellboy”, sin dall’inizio? Era da sempre una storia con un finale molto preciso o hai pensato, a volte, che Hellboy potesse vivere al di là del tuo impegno su di lui?

Sapevo da un sacco di tempo che la storia avrebbe avuto un finale e quale sarebbe stato. Ma non sapevo quando ci sarei arrivato. Quando John Arcudi ha deciso di lasciare “B.P.R.D.”, è come se avessi sentito suonare una sveglia. Aveva fatto un lavoro eccellente, e forse avevamo raccontato abbastanza cose, in assoluto. Ecco perché ho deciso, invece di aprire una nuova grande storyline, di comunicare agli editor che ero convinto che il nostro compito fosse finito. Dissi loro quali erano le cose che dovevano capitare e quale sarebbe stato il finale.

A quel punto, abbiamo iniziato a lavorare per chiudere tutti i conti aperti che potevamo e tirare le fila il più possibile affinché le trame conducessero agli eventi dell’ultimo numero. Specialmente per quanto riguarda l’ultimo albo che ho disegnato io stesso, sapevo quali sarebbero stati gli eventi da davvero moltissimi anni.

Sei uno degli autori e artisti americani che sono riusciti a dare vita a una serie longeva nell’editoria indipendente, cominciando la tua avventura con “Hellboy” in un’epoca in cui i fumettisti lavoravano in ambito indie con la speranza di essere notati da Marvel o DC Comics. Tu facesti il contrario, come ora molti cercano di fare, alla luce della vitalità e delle prospettive che il mercato creator-owned fornisce oggigiorno. Ti senti un po’ un pioniere di questa tendenza?

Devo confessarti di no. Perché in effetti c’era stata la Image Comics prima di me. E, dacché io ricordi, qualcuno che si produceva da solo, che lavorava solo alle proprie cose c’è sempre stato. Io non avevo mai immaginato di farlo fino a che non sono arrivati quelli della Image. Pensai che se quei tizi ce l’avevano fatta, non poteva essere così difficile. [Io rido, lui meno – NdR]

“Sentivo davvero di aver compiuto il delitto perfetto, perché ho scoperto che ‘Hellboy’ era la cosa che mi divertiva di più e contemporaneamente quel che la gente mi voleva veder fare.”Quel che è successo è che sono giunto al punto in cui mi sentivo di aver fatto tutto quello che avevo voglia di fare con i personaggi più noti del mondo dei comics. Mi guardavo in giro e non sapevo che fare. Disegnare di nuovo Batman? Disegnare ancora… chi vuoi tu? Pensai che sarebbe stato molto carino dare vita a qualcosa, anche soltanto una storia, che fosse fatta solo ed esclusivamente di quel che mi piaceva. Non pensavo certo che sarei andato avanti venticinque anni, ma l’idea era affascinante. Pensavo che avrei stampato “Hellboy”, che nessuno l’avrebbe comprato e che sarei tornato a cercare lavoro alla Marvel o alla DC.

Fortunatamente non andò così, il mio fumetto attirò l’attenzione e piacque a un po’ di persone. Inizialmente non fu un successo enorme. Pensai che avrei continuato per quattro numeri e poi sarebbe finita lì. Questo era il mio piano, letteralmente. Ma, quando finii la prima storia, mia moglie e gli editor della Dark Horse mi dissero che se davvero ci tenevo e ci credevo, avrei dovuto iniziare immediatamente un’altra storia. E lo feci. Ne venne una terza, dopo quella. Era “Il Cadavere”. E nello scriverla mi divertii talmente tanto, così tante persone mi dissero che era la cosa migliore che avessi mai fatto, che capii che forse questa avventura poteva funzionare. E da allora non mi sono mai più guardato indietro.

Quindi i migliori regali che “Hellboy” ti ha fatto sono libertà e divertimento?

Esattamente. Sentivo davvero di aver compiuto il delitto perfetto, perché ho scoperto che “Hellboy” era la cosa che mi divertiva di più e contemporaneamente quel che la gente mi voleva veder fare. Ovvio che ancora oggi c’è chi spera che io torni a disegnare Batman, ma per lo più tutti erano contenti di “Hellboy”.

E pensare che ho raccontato delle storie così… buffe con lui. Mio dio… a un certo punto pensavo: ho questo personaggio così affascinante e che funziona e sto per mostrarlo sul fondo dell’oceano con delle sirene. Ecco, la gente mi mollerà, smetterà di seguirmi. Troppo azzardato. Troppo bizzarro. E invece alla gente è piaciuto anche quello. Ho capito che se ero riuscito a far passare quell’idea, allora avevo davvero trovato una chiave che funzionava. E credo che la storia sia diventata sempre più bizzarra con l’andare del tempo, perché i risultati che ottenevo mi davano sicurezza, mi permettevano di lavorare pensando a quel che io volevo raccontare e non a quel che i lettori si aspettavano. Un privilegio.

E ora ci sono tre film, come tre tacche sulla spada del personaggio. E chiunque al mondo conosce Hellboy, oggigiorno. A questo proposito, che futuro vedi per questa relazione sempre più stretta tra Fumetto e Cinema, questo interscambio costante fra i due media?

Be’, la mia paura è che… non posso dire che non aiutino a vendere fumetti, perché sono stati una vetrina importantissima e un’ottima pubblicità per i miei personaggi… tuttavia credo che in molti casi gli spettatori non vadano oltre e, anzi, guardino i film invece che leggere i fumetti. E, in certi casi, personalmente, li capisco. Se sei un fan dell’Universo Cinematografico Marvel… che ragione hai di andare a cercare i fumetti, di comprarli? Sono totalmente diversi. Perciò, per quanto mi riguarda, posso dirti che la cosa ha funzionato, perché moltissimi hanno conosciuto il personaggio attraverso il Cinema e sono venuti ad approfondirlo sulle pagine dei fumetti. Persino quest’ultimo film, che al botteghino non è affatto andato bene, è stato un’ottima pubblicità, perché sui giornali e su Internet tantissimi hanno parlato di quanto siano belle le storie a fumetti. Ma per quanto riguarda il movimento in generale, non so davvero che pensare. Sono abbastanza scettico.

A proposito di scambio tra mondi, una domanda sul Fumetto italiano. Lo conosci? Ne sai qualcosa?

Non ne conosco la storia, ma la prima volta che sono stato qui mi hanno mostrato parecchie cose. Conosco “Dylan Dog”, ho realizzato anche un sacco di copertine per la sua edizione americana, edita da Dark Horse. Poco altro. Ma tieni conto che non ho tempo nemmeno per seguire il mondo dei fumetti americani, da anni.

E oggi come oggi, ti senti più un artista o uno sceneggiatore, anche al termine dell’Universo Hellboy?

Direi la seconda, anche perché negli ultimi anni ho scritto molto più di quanto abbia disegnato, ma essere uno scrittore, devo dire, non è particolarmente divertente. Mi diverto molto di più quando disegno. Per questo penso che non scriverò ancora molte altre storie di “Hellboy”. Venticinque anni di racconti sono più che abbastanza, quindi penso proprio che, una volta chiusi tutti i conti, tornerò a fare il disegnatore. Perché da artista, ti confesso, posso lavorare con la televisione accesa. Quando scrivo non ci riesco. E mi piace tantissimo guardare la televisione quando lavoro.

E cosa guarda Mike Mignola alla televisione?

Film. Un sacco di film.

A proposito della tua natura di artista. Da sempre sono convinto che tu sia colui che, più di ogni altro disegnatore che amo, ha portato lontano il testimone raccolto da Jack Kirby, in termine di stile di disegno e di immaginario. Se ci pensi, ti senti erede di Kirby, in qualche modo? Di avergli “rubato” qualcosa?

Cosmic Odyssey, copertina di Mike Mignola

Rubato no. Certamente è stato una fonte di ispirazione colossale. Quando ero ragazzino, i fumetti che leggevo erano molto spesso sue creazioni. E non credo di aver mai tentato di disegnare come lui però… c’è stato un periodo in cui mi sono trovato a disegnare una serie che si chiamava “Cosmic Odissey”. Ci ho passato sopra circa un anno. C’erano dei personaggi che aveva creato per la DC, tra i protagonisti, e ricordo che disegnavo con i suoi albi aperti davanti, come riferimento.

In quell’occasione ho imparato a prendere ispirazione da lui, nel senso che ho imparato a smettere di voler essere realistico. Appresi che c’era invece una potenza nelle sue matite, e capii che era la cosa che mi importava di più. Il mio lavoro, il mio stile mi avevano portato in una certa direzione, ma quell’anno passato con Kirby davanti a me mi diede la libertà di esagerare, di sperimentare.

Sono convinto che Jack Kirby sia uno degli artisti che lo ha fatto di più, nella storia dei comics, e mi ha insegnato a fare altrettanto, consegnandomi l’ingrediente che mancava alla mia identità di disegnatore.

 

Mike Mignola Claudio

 

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