Pensavamo che con David Mack, quando l’abbiamo incontrato in un momento di pausa durante il Lake Como Comic Art Festival 2019, avremmo parlato di Jessica Jones, Echo o Kabuki, che avremmo discusso del suo stile pittorico, delle influenze dell’Arte del passato, quella che si studia sui libri di scuola.

Invece la storia dietro alla miniserie DC Comics/Jinxworld intitolata Cover, realizzata assieme a Brian M. Bendis, progetto metafumettistico, particolarissimo e bizzarro, ha dato vita a un’interessante discussione sull’altra incarnazione professionale di questo straordinario artista: quella di ambasciatore nel mondo della cultura americana e fumettistica.

La nostra chiacchierata con quel vero gentiluomo, nonché disegnatore affascinante, di nome David Mack la trovate qua sotto. Buona lettura.

 

Grazie mille per il tuo tempo, David.
Cominciamo da “Cover”, il tuo recente progetto ideato insieme a Brian Bendis, in cui sei molto coinvolto non soltanto come artista, ma anche come narratore. Ci lavori con un vecchio amico, quindi com’è tornare a collaborare con lui in queste nuove vesti?

Lavorare di nuovo con Brian è stato grandioso. Siamo amici dal ’93 e abbiamo iniziato allora a lavorare assieme. Questo è il nostro primo progetto creator-owned, quindi, anche se abbiamo realizzato assieme un sacco di altre cose, è il primo prodotto del tutto nostro, sviluppato in coppia. E questa è già una cosa molto bella e divertente.

Proprio per divertirci abbiamo iniziato a lavorare a questa storia, per coinvolgere questi personaggi che avevamo in mente. Sono fumettisti, una sorta di incarnazione della creatività, della capacità di far funzionare le proprie idee. “Cover” è anche il mio ritorno al disegno di interni di un fumetto mensile. Era passato un sacco di tempo, e mi sono divertito parecchio.

E inoltre c’è un evidente aspetto autobiografico: avete manipolato le vostre vite in maniera avventurosa. So che la storia riguarda due fumettisti come voi, ma che sono anche spie.

Stranger Things: Six #1, variant cover di David Mack

Diciamo che si muove in quel campo lì. Io e Brian avevamo un altro progetto in ballo da un po’ di tempo, molto diverso. Io lavoro e viaggio per il mondo per conto del Dipartimento di Stato Americano come ambasciatore culturale. Sono stato in un sacco di parti dell’Africa, tipo in Tunisia, poi nella ex Unione Sovietica, in Indonesia. Sono stato a un evento in Libia, e raccontavo a Brian di questa storia. Alcune delle persone con cui lavoravo sono state catturate da un gruppo di estremisti religiosi. E mentre raccontavo tutto ciò a Brian, si è illuminato. Mi ha proposto di accantonare il progetto che stavamo mettendo assieme perché quel che gli stavo raccontando meritava di essere messo in un fumetto. Era una cosa incredibilmente attuale e molto interessante.

Pensavo che ne avrei tratto una storia non di fantasia, quasi una sorta di memoria a fumetti, che l’avrei fatto chissà quando, nei ritagli di tempo, sicuramente in futuro. Invece abbiamo deciso di rendere fiction questa vicenda, di farlo assieme e attraverso un fumetto. Non ero assolutamente certo di come avrebbe funzionato, ma devo dire che abbiamo trovato una chiave, un equilibrio e una sensibilità che in qualche modo riescono a rendere la cosa solida e funzionante.

Come fa un fumettista come te a finire a lavorare per il Dipartimento di Stato americano? Perché questa è una cosa che non sapevo. Se penso all’Italia, non riesco nemmeno a immaginare che possa accadere.

C’è stato una specie di concorso pubblico, qualche anno fa, in cui cercavano degli ambasciatori nel mondo della cultura americana. Mi proposi e mi presero. Era il 2016. Da allora ho partecipato a un sacco di eventi per il pubblico in giro per il mondo. Ad esempio ho insegnato nelle scuole per sordi in Tunisia, a Singapore, in Georgia. Sono stato in campi profughi, spesso gestiti dall’UNHCR, ho tenuto lezioni in prigioni e in un sacco di posti diversi.

Wow. Che esperienze.

Black Panther #13, variant cover di David Mack

Sì, un sacco di situazioni diverse e pazzesche. Ovviamente, mi trovo a lavorare soprattutto con le ambasciate americane, un sacco delle quali vogliono mostrare il loro supporto ai vari gruppi etnici, alle diverse culture e minoranze delle aree in cui si trovano. Anche alle persone con bisogni speciali e cose del genere. Spesso mi trovo a lavorare in zone di confine, dove si parlano lingue molto diverse nello stesso stato, dove ci sono tanti gruppi etnici. Penso alla Georgia, che confina con l’Armenia, la Russia e la Turchia. Lì tutte queste culture si intrecciano e sovrappongono in maniera imprevedibile. E noi andiamo in questi luoghi, spesso al confine. In quel caso andammo alla frontiera con l’Azerbaigian a tenere diverse lezioni di disegno e pittura, con un interprete azero. Le ambasciate, come ti dicevo, vogliono mostrare il loro supporto a tutte le etnie, e questo mi consente davvero di entrare in contatto con gente diversissima.

Se molti eventi sono appunto pubblici e aperti a tutti, sono stato coinvolto anche in altri che loro chiamano non-branded. Sono segreti e non posso parlartene, ma sono stato a lavorare anche per quelli. Sono sempre interventi di supporto culturale, ma non posso raccontarti niente. Anche questo mi ha dato accesso a esperienze e situazioni interessantissime.

Mi chiedo se queste esperienze ti abbiano anche messo in contatto con degli artisti stranieri e se questo abbia influenzato il tuo stile. Ovviamente sei un fumettista molto pittorico, con un modo particolare e molto riconoscibile di realizzare le tavole, ma sapresti identificare qualche influenza specifica?

Bella domanda. Non riesco a non essere influenzato da tutte queste esperienze, quindi la cosa che mi piace di questo mio impegno è proprio l’incontro con altre forme d’arte, oltre che culture, tradizioni e identità. Mi viene in mente una scuola in Azerbaigian dove c’erano persone davvero molto orgogliose degli artisti, dei filosofi e degli intellettuali del proprio paese. Questo mi ha spinto ad approfondire l’argomento, e la stessa cosa ho fatto in altri paesi. Influenze specifiche… non saprei. Un po’ tutto di questa mia altra vita mi influenza.

Possiamo pensare che questa voglia di incontrare il mondo sia sempre stata dentro di te? Dopotutto sei approdato sulla scena fumettistica con “Kabuki”. All’epoca era la dimostrazione di quanto un artista americano potesse appassionarsi alla cultura, non solo fumettistica, giapponese e tradurla in qualcosa di proprio.

Fight Club 3 #1, copertina di David Mack

Sì. Credo che l’Arte in sé sia soprattutto una pratica di empatia, in particolare la nostra, che ha a che fare con dei personaggi. Non puoi realizzarli e raccontarli in maniera sensata se non ti sai immedesimare in loro, se non sai incontrarli e guardare il mondo con i loro occhi. Puoi sempre imparare dai personaggi, tuoi o degli altri. Se sei uno scrittore o un narratore, ne creerai e ne racconterai moltissimi, e questo significa vivere una quantità impressionante di vite diverse, reincarnarsi ancora e ancora e ancora. Non credo sia possibile farlo senza empatia per le persone diverse da te, anche quelle con dei punti di vista estremamente forti e lontani. Impari a considerare gli aspetti e le questioni che potrebbero renderli validi, anche se non sono i tuoi.

Quando eravamo in Tunisia e in Sud Africa ho incontrato un sacco di artisti fenomenali, ad esempio. Non vedo l’ora di tornarci, perché sono rimasto in contatto con diversi di loro, soprattutto tunisini. Organizzeremo degli eventi assieme a queste persone dal talento pazzesco. In Georgia, come ti dicevo, tenevo delle vere e proprie lezioni all’università, anche di Fumetto a volte. Abbiamo inoltre realizzato dei fumetti su commissione, pagati dall’ambasciata.

Cosa molto interessante questa delle lezioni di Fumetto in Georgia, perché sappiamo che non ci sono moltissime nazioni che ne producono, a livello editoriale, in maniera significativa. Noi, voi negli Stati Uniti, i francesi, i giapponesi, i sudamericani, un po’ gli inglesi. Insegnare Fumetto al mondo è speciale.

Sì. Poi ci sono casi interessanti come la Tunisia, che essendo stata per molto tempo una colonia francese ha diversi aspetti di cultura europea. Molti parlano francese nel paese e ci sono un po’ di artisti di fumetti con grandi influenze francesi ed europee nel loro stile visivo. Altra cosa molto interessante.

Siamo stati nella zona di Cartagine e ho potuto apprezzare la convivenza di tutti questi strati di popolazione, di cultura che si sono sovrapposti nel corso dei secoli e dei decenni. Un miscuglio affascinante che si manifesta nella loro arte e narrazione. Una ricchezza importantissima.

E questa curiosità della cultura, anche fumettistica, ti ha mai portato a fare la conoscenza del Fumetto italiano? Ci conosci un po’?

Ma certo! Sono un grandissimo fan di Sergio Toppi, e ho appena scritto un’introduzione per il secondo volume di una collana che raccoglierà le sue opere. La prima volta che sono stato qui erano gli anni Novanta, ed è in quell’occasione, durante un viaggio attraverso l’Europa, che l’ho conosciuto. Anche quella fu un’esperienza importantissima, in cui ebbi modo di venire a contatto con tradizioni del Fumetto storiche.

Che tu citi Toppi non mi stupisce, ma mi incuriosisce, perché il suo nome ricorre spessissimo tra voi artisti americani. A buon conto, dato che è un fuoriclasse – e un eroe, per me – del Fumetto. Eppure mi chiedo sempre cosa colpisca la vostra sensibilità, tra tutti i nostri grandi maestri, i vari Manara–

Anche lui è molto famoso da noi. Un altro che conosco bene e che apprezzo tanto, molto noto tra gli artisti americani è Serpieri.

E cosa c’è in Sergio Toppi che ti colpisce e colpisce tanto i tuoi colleghi?

Per me è il modo in cui usa le forme e gli spazi vuoti in contrasto con il suo livello di dettaglio. Credo che la maggior parte delle persone che guarda i suoi disegni sia colpita dal modo in cui utilizza le linee, dal tratto, che è una componente importante. Ma sono convinto che sia il contrasto con il design dello spazio, con le zone negative delle sue tavole a renderlo un maestro. E poi il modo in cui racconta per immagini trovo sia incredibilmente affascinante, testimonianza di un punto di vista estremamente personale.

 

David Mack Claudio

 

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