Neil Marshall ha avuto due ottime intuizioni, nel dirigere questa nuova incarnazione di Hellboy. La prima è stata quella di non ripetere, nemmeno lontanamente, lo stile narrativo e visivo di Guillermo Del Toro. Il regista premio Oscar ci ha consegnato la propria visione del personaggio in due grandi film, sovrapponendovi la propria estetica e confezionando due storie tanto sue quanto ispirate al lavoro di Mike Mignola. Una via che Marshall non poteva e non doveva certamente ripercorrere. E infatti siamo di fronte a un idea di Cinema completamente diversa.

Seconda saggia decisione, decisamente interessante, è quella di rendere Hellboy molto più boy rispetto al suo passato cinematografico. La storia del demone dalle corna spezzate diventa quella di un sostanziale adolescente, con grandi problemi con la figura paterna, sempre fuori equilibrio, insoddisfatto e con una identità ancora in via di definizione. Non a caso il ruolo del professor Bruttenholm è molto più importante in questo nuovo film di quanto non lo sia stato nei precedenti e di quel che ricopre nelle storie originali a fumetti. Trovata interessante, che si manifesta anche esteticamente: via il sigaro di Hellboy, capigliatura lunga e disordinata da ribelle incazzato, andatura sgraziata e asimmetrica.

Due belle trovate. Purtroppo praticamente le uniche, in un film che non risulta particolarmente antipatico, ma tende ad appesantire come una cena di troppe portate. E il troppo, la bulimia che fa da zavorra, sta nella sceneggiatura. La sensazione è che qualcuno abbia cercato di far stare tre soggetti dentro uno solo. Personaggi e spunti di trama si susseguono e si affastellano in continuazione, senza mai avere tempo di rimanere impressi. Agnizioni, scoperte, momenti di rivelazione di poteri e di identità, scene d’azione, intervento di personaggi, salvataggi, contrasti e cambi di direzione. Uno dopo l’altro sullo schermo, senza pausa, senza respiro. A un certo punto si boccheggia, con il risultato che, colma di dettagli, elementi e potenziali svolte, la trama che abbiamo di fronte è totalmente irrilevante. Tutto diventa dettaglio, tranne lo scheletro fondamentale che mette, per ragioni piuttosto deboli, protagonista e antagonista di fronte, i quali rimangono quindi figure piuttosto insipide.

L’Hellboy di David Harbour non è male, anche se nascosto sotto un trucco davvero pesantissimo. Si muove discretamente sullo schermo ed è esteticamente convincente. La strega Nimue interpretata da Milla Jovovich sarebbe un cattivo più che convincente se ci interessasse qualcosa di lei e facesse mezza cosa che non ci aspettiamo o in maniera anche solo vagamente non già vista. Ian McShane, nei panni di Trevor Bruttenholm è un grande attore con la mordacchia, incapace di recitare male, ma distante dal mostrare tutto il suo carisma. Ha un ruolo non troppo diverso da quello di Wednsday nella serie American Gods, ma il confronto è impietoso.

Il risultato è un film che si scorda abbastanza in fretta, nonostante faccia una scelta di campo decisa e convinta in termini di genere. Marshall è un regista che viene dall’horror e ce lo ha consegnato, in una chiave piuttosto tamarra e metallara, mostrandoci tanta violenza esibita, perpetrata per lo più da creature in CGI che risultano pregevoli sullo schermo soprattutto quando si muovono poco. Molto meno nei momenti di azione, che rimane divertente.

A proposito: c’è comicità in Hellboy, per fortuna, che non si prende sul serio. Anche buona, in alcuni momenti, mai eccezionale, se non in un caso. I cammei di Lobster Johnson, uno dei personaggi più sopra le righe e adorabili dell’universo di Mignola, sono onestamente uno spasso. Peccato siano parentesi brevissime in un film tutto sommato anonimo.

 

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