Probabilmente è giunta l’ora di accettare un fatto. Avengers: Endgame non è un film. Somiglia a un film, lo siamo andati a vedere al cinema, lo andremo a rivedere in sala e lo riguarderemo su schermi più piccoli. Ma è un’altra cosa. Avengers: Endgame è la finale dei mondiali in cui tutti tifiamo per la stessa squadra, è il ritorno a casa da un viaggio lunghissimo quando hai vent’anni e non c’è nemmeno la possibilità che uno nella tua compagnia non ti piaccia, è quando torni in famiglia dopo sei mesi all’estero per lavoro. I Marvel Studios hanno costruito una serie e hanno lanciato una carica senza precedenti. Fatta di film, ma che si è conclusa con un’altra cosa. Ed è per questo che forse bisogna parlarne in termini leggermente diversi.

Che ci emozionassimo era scontato. Scontato come tanti degli elementi della trama, fortissimamente prevedibili. Alla sensibilità di ognuno stabilire quanto questo abbia contato nella valutazione della visione. Perché la destinazione di un grave in moto parabolico è tanto più facile da intuire ad occhio nudo quanto più il suo moto è lungo. E noi sappiamo quale sia il senso di questi personaggi, quale sia il loro significato da moltissimo tempo. La Marvel è stata fedele al loro ruolo, lo ha nutrito e allattato film dopo film con quasi tutti loro. L’unica eccezione possibile è Thor, che infatti rappresenta probabilmente la sorpresa più interessante di Endgame. Gli altri finiscono esattamente dove dovevano finire. Non ci ha stupiti. Non stupirà chi di voi ancora deve andare al cinema.

Endgame è un greatest hits dei Queen, ha giustamente sentenziato un’amica che lo ha già visto tre volte. E un greatest hits non è un disco. Somiglia a un disco, ma non lo è. Per questo, dal punto di vista della sceneggiatura, della regia, dei dialoghi e degli eventi, non è un grande film. Infinity War è molto superiore. Ma, e qui sta il punto un po’ confuso di questa recensione un po’ annebbiata, ciò non significa che non abbia svolto egregiamente il compito di chiudere uno storico capitolo di intrattenimento. Come impluvium di tutto l’investimento emotivo di undici anni, però è perfetto.

Perfetto per la stessa ragione per cui è prevedibile, tutto sommato. Ci sono dei dettagli e delle singole decisioni, delle reazioni e dei comportamenti, in questo epico finale, che sono figlie della natura dei personaggi, gelosamente custodita, rigorosamente rispettata, affettuosamente accudita da Kevin Feige e dai suoi. Il che è onestamente ammirevole. Siamo spiacenti, non vogliamo fare spoiler, quindi non possiamo scendere nel dettaglio, ma fidatevi. Quando vedrete o rivedrete la pellicola (non è un film) fate attenzione a certe parole di Steve e Tony, a certe cose che fanno. Erano in preparazione da anni e, se avrete la vista aguzza, ve ne accorgerete.

Che difficoltà limitarsi a una recensione e non fare un commento a Endgame. Puntuale, analitico, comparato. Siamo recensori, in questo caso, ci adattiamo riottosi. Endgame scorre via con facilità entusiasmante, incolla alla poltrona, emoziona parecchio, ha un suo equilibrio sempre precario. Cerca di sorprendere, ma lo fa con poca convinzione, sa bene che non è quello il suo compito. Affida ai personaggi giusti il compito di farci ridere nella prima parte, che lascia abbastanza a bocca aperta per il tono riflessivo e introspettivo. Poi accelera, mettendo in campo una narrazione quasi slapstick, inscenando un furto che farà felicissimi i fan dell’Universo Marvel fumettistico. Infine, l’epica, lo scontro, tutto quello che avreste voluto veder fare a Captain America e non avete mai osato chiedere. E un finale annunciato quanto emotivamente toccante. Proprio come l’apertura del film.

Che fatica, parlare di Endgame. Che fatica analizzare e raccontare queste tre ore sbilenche, con alcune scelte di sceneggiatura discutibili, con una commistione di stili cinematografici e di messinscena che non avrebbe senso se questo fosse un film. Per fortuna non lo è. Non gli avremmo voluto così bene, se lo fosse, se non rappresentasse l’incarnazione consapevole di tutta la cavalcata di undici anni, nata dall’Iron Man di John Favreau, giustamente omaggiato sul finale di Endgame. In quel senso, è una gioia per gli occhi. In senso cinematografico, sarebbe stato solo adeguato. Fallisce nel compito che molti di noi gli avevano assegnato, un po’ egoisticamente: essere Il Ritorno del Re della Marvel. Non ha la qualità e le spalle abbastanza larghe per reggere il ruolo. Ma raccoglie ogni oncia di investimento emotivo, ogni briciola di amore che abbiamo provato per i film che ne hanno preparato il percorso e mette in scena ogni forma di nobilità e di sofferenza, contraddizione, forza, coraggio, sudore che serve per essere eroi. E di questo, lo ringrazieremo a lungo.