Tra le pause delle sue sessioni di firma copie a Cartoomics 2019, abbiamo intervistato Capitan Artiglio, il giovane autore di Kids With Guns. BAO Publishing ha portato Tribe, secondo volume della saga, alla kermesse milanese e ci ha gentilmente concesso il tempo di realizzare questa intervista.

Grazie all’interessato e allo staff della casa editrice milanese.

 

Ciao, Capitano. Bentornato su BadComics.it!
Complimenti, ho appena letto “Tribe”. Mi dicevi di essere un po’ preoccupato per questo volume. Come mai, a parte per la saggia sentenza di Caparezza che afferma che il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista?

Sì, confermo in toto la teoria di Caparezza. Il seguito è quello che ti spinge a mantenere le premesse del primo e, se ha avuto un buon riscontro di pubblico e critica, restare all’altezza non è semplice. Tutti i personaggi presentati, che non possono essere troppo più interessanti di così, devono essere sviluppati ulteriormente. Inoltre, ogni aspetto della trama deve tornare, rispetto alla storia che hai già in ballo. Devo dire che mettere assieme tutto questo è stato davvero complicato, rispetto alla lavorazione del primo. Molta più fatica.

 Eh, lo immagino. Hai citato ad esempio la trama, che in questo secondo capitolo è molto più presente e complessa.

Già. Ci ho messo parecchio più tempo per scriverla. Nel primo c’erano anche tante sequenze mute in più, mentre qui ho introdotto altri personaggi e ci sono parecchi dialoghi in più. Insomma, ho tentato di colmare più i vuoti, quindi la storia è uscita più corposa. Altra fatica. 

E anche relativamente alla struttura ti sei complicato la vita: nel primo volume c’erano sostanzialmente due piani narrativi, mentre in questo caso ne hai quattro fissi più uno, di cui almeno due che durano dall’inizio alla fine. Anche in termini di organizzazione delle fila, un impegno in più.

Tutto il primo capitolo è gestito con un’alternanza di scene interconnesse fra loro. Anche solo quella parte del volume mi ha portato via quasi metà del tempo di scrittura. In generale, la difficoltà aggiuntiva è stata proprio di collegamento delle parti della storia. La scrittura del primo volume è stata anche più divertente, meno impegnativa, più rapida e fluida, mentre qui ho proprio dovuto mettermi a tavolino e fare le cose per bene, studiarle. Avrei rischiato di perdere la strada, altrimenti. 

E immagino che tu abbia avuto anche molto meno spazio di manovra per improvvisare, in fase di scrittura.

Ho cambiato pochissimo, rispetto a quel che avevo progettato all’inizio, in effetti. Pochissima roba. Ho cercato di calibrare un po’ gli equilibri, anche se non so se ci sono riuscito.

Penso che tu ci sia riuscito eccome, con un risultato notevole. “Tribe” è un’esperienza di lettura molto diversa, in termini di tecnica di narrazione, secondo me. Sei rimasto coerente in termini di immaginario e di trama, ma hai dimostrato molta crescita come autore.

Sono felice che si veda, perché devo dire che era una delle preoccupazioni che avevo: non volevo sedermi sugli allori e ripercorrere le stesse strade. 

Un’altra delle cose che mi pare tu abbia fatto, consapevolmente o no, anche alla luce della difficoltà che citavi, è appoggiarti ai tuoi grandi amori narrativi. Durante la prima lettura ho notato riferimenti e ispirazioni a “I Guerrieri della Notte”, “I Goonies” e Quentin Tarantino, per dirne alcuni.

Tarantino c’è sempre. Non hai beccato altri due film che forse sono i primi a cui ho pensato io. Uno è “Sonatine”, di Takeshi Kitano: c’è proprio una scena ispirata fortemente all’inizio del film. L’altro è “Tokyo Tribe”, che fa un po’ il paio con “I Guerrieri della Notte” in ambito orientale. Detto ciò, mi appoggio sempre alle mie passioni, per me è proprio il pane quotidiano.

Prima dicevi che ci sono meno scene mute rispetto al primo volume, non ci avevo fatto caso. Ho notato invece la loro presenza anche qui, e devo dire che credo ti siano servite molto, perché con tanti più eventi e tanta più trama le hai usate per riassumere certi passaggi della storia che hai saggiamente compresso.

Sì, perché non volevo bombardare il lettore di nuove informazioni, avevo paura che potesse perdersi. Siccome è passato un anno dal primo volume e non è così scontato che la gente vada a rileggerselo, volevo evitare di esagerare e restare più asciutto, in certe fasi, per aiutare chi legge a capire senza metterlo in difficoltà con un eccesso di informazioni.

Devo ammettere di aver dovuto andare a rileggermi certe cose, perché, nonostante sia tutto molto chiaro, in “Tribe” ci sono alcuni aspetti che non avrei ricordato altrimenti. Dopodiché, io non conosco nessun lettore dei romanzi di “Il Trono di Spade” che non si rilegga o ripassi quelli precedenti quando ne esce uno nuovo. Non vedo perché non dovrebbero farlo i fan di Capitan Artiglio!

Ah ah! Diciamo allora che invito gli acquirenti del secondo volume a rileggersi il primo. 

Kids With Guns vol. 2: Tribe, anteprima 01

Un’altra cosa che mi incuriosisce è la crescita dell’immaginario. Fantascienza, fantasy e cowboy c’erano già. Ora sono arrivati anche gli Aztechi!

Un’aggiunta dettata ancora una volta dalla preoccupazione di non ripetermi, anche dal punto di vista estetico. Avendo a disposizione un’ambientazione in cui avevo già infilato un po’ di tutto, mi sono reso conto di avere la libertà di variare parecchio sul tema, in modo da non annoiare il lettore. Dopotutto, le stranezze che mi sono inventato nel primo volume hanno divertito molti, così ho pensato di poterne aggiungere altre. L’ho fatto il più possibile proprio per aggiungere varietà. Anche nell’abbigliamento dei personaggi e nelle location ho espanso un po’ l’universo, per quanto possibile.

E nel terzo volume? Perché qui hai infilato tante pedine, e forse nel capitolo finale della saga tenderai a restare con quei giocatori che sono già sul campo.

Più o meno, sì. C’è un personaggio solo, importante, che deve ancora fare la sua comparsa. Qualcuno che ho già citato, senza mostrarlo mai. Tutto il resto andrà a chiudere la propria parabola.

Trovo grandioso che in un fumetto che gioca – e il termine è da prendere alla lettera – con la violenza il tema fondamentale sia la famiglia. E qui si allarga e si prende ancora più spazio che nel primo volume.

Sì, ogni personaggio è portatore – se vogliamo – di una sua idea di famiglia. La Bambina senza Nome ne ha una, Dave un’altra, Bill un’altra ancora, con il suo Mucchio Selvaggio. La dedica alla mia famiglia è un po’ inerente al concetto che voglio sviluppare nella storia. 

Pensi che te lo porterai dietro anche in futuro, nella tua giovane carriera?

Perché no? Credo che in qualche modo ci sarà sempre, perché una delle cose che mi interessano di più è raccontare storie di formazione. Quindi, magari meno, ma qualcosa del tema ci sarà sempre.

A cosa stai pensando, oltre a “Kids With Guns”, in questo momento?

Attualmente, devo concludere la prima stagione di “Sappy”, che abbiamo messo in pausa per un po’. Sto lavorando a un altro progetto di cui non posso dire nulla. Dopodiché, vorrei raccontare un’altra serie ambientata più o meno sempre nell’universo di “Kids”.

In chiusura, vogliamo ricordare a Zerocalcare che sei più bravo tu a disegnare i dinosauri?

Ah ah ah! No, non me la sento ancora. Lui per me è sempre un riferimento fondamentale.

Ma nemmeno sui dinosauri? 

Nemmeno. Lui è molto più veloce di me!

 

Capitan Artiglio e Claudio Scaccabarozzi

 

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