Le interviste ai grandi autori di Tex in occasione dei settant’anni dall’esordio continuano anche nel 2019 e ci portano oggi a incontrare un maestro del Fumetto italiano e interprete storico della lunga saga dell’icona di Sergio Bonelli Editore: Giovanni Ticci.

Il grande artista toscano ha voluto omaggiare i nostri lettori con un’intensa intervista e uno splendido disegno di Tex in esclusiva, e per tutto ciò gli siamo infinitamente riconoscenti.

 

Ciao, Giovanni, e grazie per averci concesso l’onore di averla qui con noi su BadComics.it. Il western è da sempre nelle sue corde, fin dagli inizi della sua carriera. Cosa la affascina maggiormente di questo genere narrativo?

Tex Speciale 7: Il pueblo perduto, copertina di Giovanni Ticci

Grazie a voi. Sì, amo da sempre il western perché mi affascina come un poema epico, anzi è l’ultima epopea dei nostri tempi: c’è la Natura selvaggia; c’è l’uomo di fronte agli elementi e all’incognito, rappresentato da terre sconosciute, ancora da esplorare; ci sono gli eroi a cavallo; ci sono gli indiani; c’è l’avventura; c’è l’eterna lotta tra bene e male, tra buoni e cattivi. Il western è proprio come un bellissimo poema avventuroso e guerresco. Non che io ami la guerra, ma quando parliamo di guerre e battaglie lontane nel tempo, tendiamo a ricordarne solo l’aspetto epico, simbolico, dimenticando quello atroce del conflitto.

Anche con le armi accade la stessa cosa: un gladio, una colt, sono oggetti svuotati del loro significato di morte dal fascino della Storia e diventano cimeli che rimandano a un’epoca che non tornerà mai più. Per questo motivo, invece, non riesco a vedere film che raccontano guerre recenti, perché la memoria e il dolore sono ancora vivi; non vado oltre pellicole sulla Seconda Guerra Mondiale. Mi rendo conto che è un segno di vecchiaia. [Ride]

Com’è entrato a far parte dei disegnatori di “Tex”?

A quei tempi, era all’incirca la metà degli anni ’60, lavoravo con il mio amico Alberto Giolitti per gli Stati Uniti, quando mi chiamò Sergio Bonelli, con il quale avevo già collaborato, proponendomi un nuovo personaggio, creato da suo padre Gianluigi; si chiamava Judok, un esperto di arti marziali, e il fumetto era una specie di western ambientato nello Spazio. Sergio mi chiese di realizzare il soggetto dal punto di vista grafico, e poiché era la prima volta che mi capitava di creare un personaggio tutto mio, fui preso da un enorme entusiasmo. Gli proposi così le fattezze e il vestiario che avevo pensato per Judok; li accettarono e piacquero subito, così mi misi immediatamente a illustrare la prima storia.

Non avevo smesso, però, di disegnare per l’America, così il mio lavoro su “Judok” andava molto a rilento – doveva essere una serie mensile, nel formato classico di 90/100 pagine – tant’è che Sergio si stancò a ragione, perché bisognava garantire una produzione con una certa continuità. Alla fine non conclusi neanche il primo albo, che venne completato molto tempo dopo da un altro disegnatore, e uscì – se non ricordo male – come episodio unico sulla “Collana Rodeo”. Un po’ mi dispiaceva, perché era il mio primo personaggio, ma d’altra parte fui anche sollevato, perché non ho mai amato particolarmente la fantascienza.

Circa un anno dopo che Sergio mi aveva chiamato per dirmi che a quelle condizioni su “Judok” non si faceva più nulla, mi ritelefonò, questa volta proponendomi di disegnare “Tex”: fu come un fulmine a ciel sereno. Accettai subito, ovviamente, perché come dicevo, ho sempre avuto il pallino del western e perché “Tex” era un fumetto di successo; non ancora lo straordinario successo che avrebbe ottenuto di lì a poco, ma era già un titolo molto seguito dal pubblico italiano.

Come si è approcciato al personaggio di Tex? Lo conosceva già come lettore?

No, in tutta onestà non lo leggevo e non lo avevo mai fatto neppure da ragazzino, tranne qualche striscia che sfogliavo quando andavo in vacanza da mio cugino, che diversamene da me era appassionato di “Tex”.

Ricordo che Sergio mi spedì un pacco di albi disegnati da Aurelio Galleppini per farmi conoscere il personaggio e la sua ambientazione, ma non mi chiese di copiare Galep. Mi disse: “Fai il tuo ‘Tex’, come lo vedi tu, devi solo mantenerti fedele al suo vestiario”. Sinceramente, non sapevo proprio che faccia dargli; quella di Galleppini era esile, essenziale; il suo Tex aveva un viso molto irregolare, che talvolta cambiava a seconda dell’inquadratura. Così, abituato a che fare con il mercato americano e perché ne ero assai affascinato, mi rivolsi ai comics. Anche la mia tecnica era più vicina al mondo americano. Per la china usavo molto il pennino; credo di essere stato uno dei pochi allora, almeno su “Tex”, forse solo Guglielmo Letteri prima di me. Galep, come la maggioranza, usava il pennello, mentre io usavo tutti e due gli strumenti. Il pennino mi consentiva un segno più continuo, uno stacco deciso tra bianco e nero, con molti meno tratteggi.

Tornando al volto di Tex, mi rivolsi dunque a “Flash Gordon”. Volevo un eroe dal viso regolare e più massiccio; così presi come modello il personaggio di Alex Raymond, non per copiarlo, ma come ispirazione. Ancora adesso, quando ho bisogno di uno spunto, anche da una semplice fotografia, non la copio mai; a disegno finito infatti, mi accorgo sempre di aver fatto qualcosa di diverso dall’esempio da cui sono partito. Penso che la stessa cosa sia accaduta con l’eroe di Raymond. Poi, piano piano, nel corso degli anni, le fattezze, non solo di Tex ma anche degli altri pards, si sono trasformate, come si è trasformato il mio tratto.

Ha qualche ricordo o aneddoto particolare dei creatori di “Tex”, Gianluigi Bonelli e Aurelio Galleppini, che vuole raccontarci?

L'arte di Giovanni Ticci, copertina di Giovanni Ticci

Di Aurelio Galleppini non ho ricordi particolari, perché lo conobbi solo molti anni dopo, agli inizi degli ’80; la prima volta fu di sfuggita a Sestri Levante, per una premiazione dei disegnatori di “Tex”, dove conobbi anche Erio Nicolò, che ci lasciò, purtroppo, poco dopo. Rividi poi Galep a Firenze, ma ancora in un’occasione ufficiale, per una mostra.

Di Gianluigi Bonelli invece, ho memorie molto vivide. Era un personaggio straordinario, molto simpatico. La prima volta che mi recai a Milano, mi accolse con calore e mi invitò insieme al figlio Sergio sul Lago Maggiore, dove aveva un motoscafo con la bandierina di “Tex” a poppa. Anche sulla sua auto aveva due bandierine di “Tex”, su entrambi i fanali anteriori, a mo’ delle vetture dei corpi diplomatici. Una volta salito sulla barca, andammo in mezzo al lago e tirò fuori un cinturone con pallottole finte, una colt e uno scatolone di barattoli e bottiglie di vetro; quindi, iniziammo a giocare al tiro al bersaglio. Va detto che io, da buon provinciale, per la mia prima volta a Milano mi ero vestito di tutto punto, in giacca e cravatta. Potete immaginare quanto fossi a mio agio sul quel motoscafo. [Ride]

Feci un solo tiro e fu ovviamente cilecca, mentre Gianluigi ci sapeva proprio fare. Quando tornammo a riva per andare a pranzo, entrò nel ristorante con la colt a fianco; nessuno ci fece caso, probabilmente perché lo conoscevano. Gianluigi Bonelli era Tex, dentro e fuori; non si atteggiava solo esteriormente, ci assomigliava molto anche nel carattere, forte, deciso; aveva fatto anche il pugile in Francia.

Di lui rammento un altro episodio che mi colpì molto e che mi mostrò un lato della sua persona diverso dal più noto. Una volta, a Milano, prima che Gianluigi arrivasse in sede, Sergio me la fece visitare e mi mostrò anche lo studio “del Bonelli”; solo quando entrammo in confidenza comincio a riferirsi a lui come “mio padre”. Nel suo ufficio notai degli acquerelli appesi alle pareti, realizzati da Gianluigi: erano quasi tutte scene di tramonti.

Perché, a detta di tutti, è così difficile disegnare “Tex”? E che consiglio darebbe a un giovane artista che volesse cimentarsi con Aquila della Notte?

Non so perché tutti dicano così. Per me non è difficile disegnarlo. Per me è difficile disegnare ciò che disegnano gli altri. Sarebbe difficile per me disegnare “Dylan Dog”, un fumetto ambientato ai nostri tempi; troverei difficile disegnare città e ambientazioni moderne, uomini vestiti “in borghese”, come dico io. Per disegnare cavalli mi ci è voluto tempo, ma ora mi riescono senza difficoltà. Disegnare il western è semplice, basta dare il senso della polvere, della vastità. Anche l’architettura irregolare dei luoghi non deve rispondere a regole precise o a un rigido riscontro storico. Il nostro è un western in parte fantastico, basato essenzialmente sull’immaginario creato dai film americani, non su ciò che fu realmente. Ma piace a tutti noi così.

Cosa consiglierei a un giovane artista? Di imparare a disegnare i cavalli e a far muovere bene i personaggi, a farli recitare. In un fumetto, a maggior ragione d’avventura, l’azione e il movimento sono fondamentali, e ci deve essere continuità tra una scena e l’altra. Un buon fumetto, soprattutto d’avventura, dovrebbe potersi leggere senza il bisogno di didascalie e nuvolette; solo sfogliandolo, guardando le immagini, il lettore dovrebbe riuscire a cogliere la storia.

L'arte di Giovanni Ticci, anteprima 01

Oggi, lei rappresenta il passato e il presente di “Tex”, il fumetto italiano per eccellenza: è un’istituzione. Ci pensa ogni tanto a questo?

No, non ci penso affatto. Anzi, quando guardo i disegni di molti autori di “Tex” provo quasi invidia, considerando quello che riescono a fare e confrontandolo con quello che facevo io alla loro età. Alcuni fanno cose che non sarei in grado di fare neppure oggi. Sono bravi, alcuni bravissimi; sono cresciuti e si sono formati in brevissimo tempo. Apprezzo davvero tanti di loro ma non voglio fare nomi per non scontentare qualcuno che certamente mi dimenticherei. E, comunque, si impara sempre da ogni disegnatore, anche da quello considerato meno bravo, perché ognuno ha la sua visione che può suggerirti un’idea o uno spunto.

Per cui, non mi sento di essere un esempio; forse il mio stile è anche un po’ più antiquato rispetto al loro. Non parliamo di ciò che ho fatto in passato e rivedo oggi. [Ride] Va detto che non sono neanche mai contento del tutto di ciò che faccio: non vedo l’ora che le tavole se ne vadano via da casa, perché trovo subito qualcosa da correggere e che mi blocca il resto del lavoro. Per la storia uscita di recente [“Tex 695: L’ultima vendetta“, settembre 2018 – NdR], ho messo tutte le fotocopie in ordine – faccio sempre le fotocopie alle tavole, prima di spedirle; mi sono segnato tutte quelle a cui volevo rimettervi mano e l’ho comunicato in redazione. Avendole terminate con grosso anticipo, me le hanno rimandate indietro e così ho potuto modificare ciò che non mi andava. D’ora in poi voglio sempre fare così.

Vi rivelerò un trucco che mi avevano insegnato per trovare e capire più facilmente errori e proporzioni sbagliate, una volta terminato un disegno che invece sembra corretto: capovolgetelo, guardatelo al contrario e vi troverete un sacco di imprecisioni. Mi hanno detto che talvolta i giapponesi mettono la testa tra le gambe per osservare il panorama; io l’ho fatto ed è davvero istruttivo, si vedono le cose da tutt’altra angolazione.

L'arte di Giovanni Ticci, anteprima 02

Cosa la lega ancora oggi così indissolubilmente a “Tex”?

Io non ho creato “Tex” e neppure scrivo le sue storie, però mi sento un po’ il suo regista. Ho le indicazioni dello sceneggiatore – che per fortuna coincidono sempre con l’idea che ho io della sequenza [Ride] – cerco di assecondarlo, però qualche cambiamento lo faccio; in fondo sono io che devo far recitare i personaggi. Per cui, più che al personaggio, mi sento legato al momento, alla scena, al luogo in “Tex”, che ho disegnato. Credo che il disegno sia fondamentale per la riuscita di un fumetto e più importante della storia. L’ideale è avere una buona storia con bei disegni, ma sono convinto che un fumetto con una storia mediocre funzioni lo stesso supportato da illustrazioni eccellenti, mentre non accadrebbe il contrario con una storia grandiosa e illustrazioni scadenti.

L'arte di Giovanni Ticci, anteprima 03

Lo abbiamo chiesto a tutti gli autori intervistati in occasione dei settant’anni di “Tex”: qual è la sua personale opinione sull’inossidabile successo di questo personaggio?

È una domanda difficilissima. Tex è un grande eroe, un buono per eccellenza, ma tanti altri personaggi dei fumetti che non hanno avuto la sua stessa fortuna lo sono. Il western, poi, non va più di moda in alcun paese fuori dall’Italia, ma va anche considerato che il western di “Tex” è atipico, contaminato da altri generi, dal mistero e dalla magia, se pensiamo che il suo più grande nemico è Mefisto. In realtà, non saprei spiegare il successo di “Tex”. Forse i lettori italiani sono più intelligenti degli altri, o per lo meno sono dalla mia parte [Ride]

Riflettendoci sopra, credo che un grosso merito vada a Gianluigi Bonelli, per come abbia concepito il protagonista: Tex è un giusto, che ha il pregio straordinario di non provare rancore, e quando dà la caccia a qualcuno lo fa per giustizia, mai per vendetta. Gli scrittori che hanno raccolto l’eredità del suo creatore sono stati molto bravi a coglierne l’essenza e a conservala negli anni, riuscendo a conquistare nuove generazioni di lettori.

Alla recente Lucca sono rimasto stupito dai tantissimi giovani che facevano la fila per farsi autografare da me “L’ultima vendetta”. C’era una ragazzina di dodici anni che ha voluto un disegno; gli ho chiesto se era per il papà, e lei mi ha risposto che era per lei, che aveva conosciuto “Tex” due anni prima e che non poteva più farne a meno. È incredibile, è un miracolo. Per non parlare degli adulti. Quanti mi confessano, dandomi un piacere immenso, come sia bello leggersi “Tex” la sera, in santa pace, trovando conforto e sicurezza tra le sue pagine, e potendo abbandonare per un poco le pene del lavoro o altri piccoli guai.

Quali delle storie da lei disegnate ricorda con più affetto e perché?

Ricordo con grande affetto e con gusto certamente tutte quelle scritte da Gianluigi Bonelli; ci metteva molti indiani e tante cavalcate, ma nel western c’è la polvere che aiuta. Ricordo Letteri che mi telefonava lamentandosi: “Tu come fai? Io ho un sacco di cinesi da disegnare, sono centinaia e centinaia. Tu hai la cavalleria, con tantissimi soldati; dimmi come fai”. “Io ho la polvere e li nascondo”, gli rispondevo. E allora lui: “Ma io come faccio con i cinesi in città?!” [Ride]

Se dovessi, però, rivederle ora quelle storie, sono sicuro che non mi piacerebbero dal punto di vista grafico. Come dicevo, mi succede sempre così se guardo un mio lavoro passato e mi consolo dicendomi che di più non sapevo fare, visto che ho sempre dato tutto me stesso per realizzarle. Significava che avevo raggiunto il mio limite.

Tra le storie più recenti che ricordo con piacere, perché mi sono divertito molto a disegnarle, ci sono quella di Custer [“Tex 490: Congiura contro Custer”, agosto 2001 – NdR] e di Taiga [“Tex 542: Fratello bianco”, dicembre 2005 – NdR], entrambi di Claudio Nizzi, e “Buffalo Soldiers” [Tex 569, marzo 2008 – NdR], di Mauro Boselli.

Ha un suo comprimario preferito nella saga di “Tex”? C’è ancora oggi qualcosa che disegna meno volentieri di altro?

Amo sicuramente disegnare tutti i pards e non trovo neanche faticoso dover disegnare una storia con tutti e quattro. Tra i personaggi secondari mi piaceva e mi piace il canadese Jim Brandon.

Invece, ciò che disegno meno volentieri sono le donne, perché non mi vengono un granché bene. Adesso, per esempio, nella storia che sto realizzando, sono un po’ nei guai: Nizzi ha messo nella vicenda la giovane moglie di un capo indiano che è pure incinta. Gli ho detto: “Claudio, lo sai che non amo disegnare le donne e tu me ne metti una pure incinta”. E lui: “Ma no, non dire così, non ti preoccupare, che le sai fare bene; è incinta, ma poi partorirà”. “Ecco”, ho ribattuto, “Mi fai fare pure l’ostetrico”. [Ride] Imparerò anche a disegnare le donne; tra cinquant’anni saprò farle bene.

Ha parlato della storia che sta disegnando ora: può rivelarci qualcosa in più al riguardo?

È un’avventura ambientata nel nord dell’America, tra le foreste al confine con il Canada: c’è il fiume e ci sono i battelli; c’è la cavalleria con un ufficiale mascalzone e ci sono gli indiani Scioscioni che vengono vessati. Non posso dire altro. È una bella storia doppia. Faccio però un po’ fatica, ora, a disegnare così tante pagine; oggi la mia produzione si è ridotta. Una volta riuscivo a completare di media, venti tavole al mese, adesso viaggio sulle sei o sette. Una storia in due albi è per me impegnativa.

Ha avuto modo di sfogliare la nuova serie di “Tex Willer”? Se sì, cosa ne pensa?

Non l’ho vista. Ho parlato proprio di recente con la redazione, che mi manderà – come di consueto – un bel pacco con tutti gli arretrati, così potrò leggere anche “Tex Willer”. Mi piace l’idea di provare a esplorare nuove trame narrative; cambiare ambientazione può essere un bello stimolo a creare nuove storie, mentre con la collana tradizionale si continuerà a offrire al lettore temi e situazioni consolidate, che funzionano e che non devono mai mancare in “Tex”.

Credo comunque che un Tex giovane possa funzionare. Ne “L’ultima vendetta” mi sono divertito molto a disegnare il protagonista da giovane, basandomi sui lineamenti di suo figlio Kit e cambiandogli il naso. Con “Fuga da Anderville” [“Tex 299”, settembre 1985 – NdR], di Nizzi, feci molta più fatica, perché Tex era sì giovane, ma già adulto. Vi era da rendere solo una sfumatura di età e per una storia lunga. Alla fine credo di averlo disegnato come lo disegno al presente, e più di un lettore non me l’ha fatta passare liscia. [Ride]

 

 

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