Tutti sono speciali, che sarebbe come dire che non lo è nessuno.

 

My Hero Academia

L’affermazione è del giovane Flash Parr, dal film Gli Incredibili, una delle più argute riflessioni cinematografiche del nuovo millennio sul mondo dei super eroi. Il mercato degli shonen manga, in quest’ultimo ventennio, non è riuscito a lanciare molti titoli che combinassero qualità e successo di pubblico, a differenza dei numerosi fenomeni popolari degli anni precedenti. È curioso osservare come le due novità più apprezzate siano digressioni del genere supereroistico attraverso caratteristiche che ribaltino gli stilemi classici e presentino personaggi fuori dagli schemi. È il caso di One-Punch Man, che ha per protagonista un eroe talmente forte da poter sconfiggere qualunque avversario con un solo colpo, mentre nel 2014 è poi arrivato My Hero Academia, che almeno nelle premesse sembrava voler percorrere il percorso inverso.

Siamo in un mondo dove il genere umano ha subito una mutazione genetica e la maggior parte degli individui è dotata di un differente Quirk, ovvero uno speciale super potere. Chi sfrutta questi doni per proteggere la sicurezza pubblica viene registrato come Hero e combatte i criminali che utilizzano le loro abilità per scopi malvagi: i Villain. Il quattordicenne Izuku Midoriya sogna di diventare il più forte degli Hero, ma purtroppo è nato senza Quirk, e questo gli impedisce anche solo di sperare di essere ammesso alla Yuei, la miglior scuola del Giappone dove si diplomano i futuri super eroi.

Se il carattere del personaggio principale mostra un ottimismo e una tenacia simile a quella di molti altri eroi degli shonen, la sua condizione è decisamente più originale: in un universo narrativo dove lo straordinario diventa ordinario, un personaggio ordinario diventa straordinario; un incipit potente che eleva l’idea del self-made man americano dal quale si presuppone uno sviluppo in cui l’uomo comune finisca per spiccare su chi possiede un particolare talento, dovendosi impegnare più degli altri per raggiungere il medesimo risultato. Per trasmettere questa filosofia, l’autore Kohei Horikoshi decide di ispirarsi alla tradizione supereroistica nipponica quanto a quella statunitense, come viene lasciato intendere sin dalle prime tavole, dove, introducendo il lettore al contesto in cui si svolge la vicenda, mostra le silhouette di Superman e Ultraman, Spider-Man e Devilman, Wolverine e Kamen Rider.

My Hero Academia

Purtroppo, l’unicità di Izuku agli occhi del lettore sbiadisce rapidamente, visto che, dopo un gesto coraggioso compiuto d’impulso, ha l’opportunità di incontrare il suo idolo Allmight, il più potente e popolare tra gli Hero, nonché simbolo di pace. Il super eroe ha un Quirk diverso da tutti gli altri, One For All, che gli è stato ceduto da un altro eroe, e decide di fare lo stesso con Izuku. Inizia così ad addestrare il ragazzo per permettere al suo corpo di accogliere lo straordinario potere, preparandolo inoltre all’esame di ammissione per la Yuei. Vedere scomparire così rapidamente l’elemento peculiare del protagonista ci è parsa un’occasione sprecata, in quanto vengono gettate al vento enormi potenzialità narrative che avrebbero permesso di esplorare scenari intriganti.

Bisogna però ammettere che il ritmo di questo primo arco narrativo è ammirevole: in soli quattro capitoli (due terzi del primo volumetto), vediamo infatti il personaggio principale incontrare il proprio mentore, farsi addestrare, ottenere il Quirk a lungo anelato e addirittura superare il test d’ingresso alla scuola dei suoi sogni; processo che in molti altri manga avrebbe potuto occupare diversi tankobon. C’è quindi la volontà da parte di Horikoshi di buttarsi a capofitto nella trama, seminando elementi con cui giocare in futuro.

Il mangaka presenta inoltre la spalla femminile Ochaco Uraraka e il rivale Katsuki Bakugo, personaggi fondamentali all’interno della saga, ma in grado di far intuire le proprie potenzialità dall’esordio.

 

 

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