In occasione della presentazione milanese tenutasi un paio di settimane fa, abbiamo intervistato per voi Francesco Savino e Stefano Simeone, che incontravano il pubblico per parlare di Odio di palma, il secondo (e forse ultimo) capitolo di Vivi e vegeta.

Sui due volumi dedicati alle avventure dei fiori e delle piante umanoidi, che vivono e si muovono in un universo vegetale di conflitti e tanta umanità, vi abbiamo già detto la nostra. Ecco le chiacchiere che, grazie alla collaborazione del team di BAO Publishing, abbiamo potuto scambiare con gli autori.

 

Grazie mille, ragazzi e ben trovati sulle pagine di BadComics.it.
Partiamo da una domanda banale: come mai i fiori e le piante? Avete fatto una scelta in controtendenza, per essere un po’ l’anti-furry? Perché questa è la prima impressione che ho avuto, quella di essere di fronte a un fumetto che volesse essere l’anti-Richard Scarry, o l’anti-Stan Sakai. Stesso principio di antropomorfismo, ma con i vegetali. 

Savino – Sì. Questo genere di cose sono sempre state fatte con gli animali, li conosciamo benissimo. Io e Stefano abbiamo pensato che avesse senso usare i vegetali, perché nessuno l’aveva mai fatto. In realtà, tutto è partito da un disegno, dallo schizzo di un cactus orrendo che ho fatto io, per scherzo. Stefano l’ha visto e mi ha proposto di farci una serie. All’inizio, lui doveva scrivere e io disegnare, poi ci siamo accorti che era meglio il contrario, anche perché dentro di me si erano depositate un po’ di idee sui programmi di cucina dei nostri tempi, tutti a tema vegetariano, con questi cuochi che pareva stessero salvando il mondo da chissà quale apocalisse. È vero che gli animali non se la passano proprio benissimo, ma è interessante anche guardare la cosa da un altro punto di vista e vedere come se la stanno passando i vegetali. Tutta questa nuova tendenza vegana miete un sacco di vittime. Chi pensa ai vegetali? Io e Stefano.

Quindi tutto parte dal cactus terribile di Francesco?

Simeone – Sì. Da quello e dalla mia voglia di non disegnare più orecchie e nasi. Una ragione sentimentale. Basta con questa anatomia e con queste proporzioni. Facciamo i petali!

E io che stavo per chiederti se eri andato a studiarti le forme precise e le strutture dei singoli fiori…

Simeone – Quello sì, l’ho fatto. La cosa difficile, però, è stata umanizzarli e inserire gli elementi anatomici – a parte gli scherzi – per fare in modo che i protagonisti fossero espressivi. All’inizio avevo pensato di lasciare rami, foglie e radici al posto degli arti, ad esempio, ma poi ci siamo resi conto che in quel modo i personaggi non potevano recitare, quantomeno quelli principali. Nella seconda stagione ho potuto applicare un po’ di più questa idea alle piante officinali, che però sono cattive e fanno solo cose da cattivi. Quindi, qualcuna poteva anche avere le foglie al posto delle mani.

E poi le hai infilate in un saio molto coprente, per aiutarti a nascondere le anatomie più complicate.

Simeone – Sì. Nella mia testa sono proprio delle piante, coperte da queste tuniche, che si muovono in qualche modo misterioso. Ma questa soluzione mi poteva andare bene solo per dei personaggi secondari. Quelli principali devono permettere al lettore di empatizzare con loro. E si empatizza con una figura umana.

Come dicevi prima, Francesco, la critica di costume al mondo della cucina ha aperto il primo volume dal punto di vista tematico. Poi siete passati alla satira sociale, quasi, e al commento politico piuttosto aperto della seconda stagione. Sembra una premessa che non c’entra con la domanda, ma eccola che arriva: fin da subito, “Vivi e vegeta” doveva essere anche un’avventura? Oppure la componente più narrativa e di eventi è arrivata dopo e la fisionomia del progetto era diversa?

Vivi e vegeta vol. 1, copertina di Stefano Simeone

Savino – La verità è che, ancora prima della trama, è nato l’universo di “Vivi e vegeta”. Poi, quando abbiamo iniziato a creare i personaggi, ci siamo resi conto di avere per le mani un mondo gigantesco, con un passato da raccontare. E lo abbiamo intravisto nelle prime due stagioni, ma non l’abbiamo mostrato nella sua interezza. Una volta capito come strutturare la prima stagione, ci siamo lanciati nella stesura della storia: fin dall’inizio, volevamo che le stagioni di “Vivi e vegeta” fossero autoconclusive.

Una volta terminata la prima stagione, consapevoli di avere dato vita a un universo molto vasto, florido e ben strutturato, abbiamo capito che potevamo tirar fuori tanto altro e dire tanto altro. Mentre lavoravamo alle prime battute della seconda stagione, abbiamo intercettato il cambiamento in atto nel tessuto sociale italiano; quello che era l’aspetto parodistico di “Vivi e vegeta”, molto evidente nella prima stagione, ha lasciato spazio a uno sguardo politico. “Odio di palma” doveva essere incentrato sul rifiuto dell’olio di palma come prodotto e continuare sul filone della parodia di costume. Poi, invece, siamo approdati a qualcos’altro perché il nostro lavoro ha iniziato a riflettere quel che stavamo vivendo.

Però, nonostante questo, avete saputo mantenere anche l’umorismo, che non manca assolutamente anche nella seconda stagione. 

Savino – Sì, abbiamo mantenuto questa doppia natura. Per me era importante mantenere un certo equilibrio tra questi due registri linguistici. E credo, con “Odio di Palma”, di esserci riuscito abbastanza bene.

La storia d’amore che c’è al centro di “Odio di palma” è nata prima o dopo il focus sui temi sociali e politici?

Savino – Prima, perché era speculare a quella di Carl della prima stagione. La storia romantica era già prevista, e serviva a creare un parallelismo tra la storia d’amore di Carl nella prima stagione e quella di altri due vegetali del regno. Questo ha permesso a Carl di crescere e di chiudere il proprio ciclo. Successivamente, i vari pezzi di quello che avevamo in mente si sono incastrati da sé, trovando posto nella macro-storia della seconda stagione.

Vivi e Vegeta

Stefano, non solo hai dovuto farli recitare, i fiori, ma anche farli prendere a cazzotti. Non ti sei divertito a far diventare la cosa più pacifica e passiva del mondo, i fiori e le piante, qualcosa di violento e protagonista di un film action?

Simeone – Sì, ed è stata la cosa più divertente. Mi è anche venuto abbastanza facile, devo dire. Da subito mi sono messo a pensare a quanto facilmente si possano recidere i gambi, strappare le radici, il male che senti per le spine del cactus… E poi, tornando alla questione anatomica, è stato molto facile rendere i fiori dinamici, perché hanno un sacco di elementi che accompagnano e rendono visivamente il movimento. I petali, le foglie e poi degli arti che si allungano, che non per forza devono rispettare delle proporzioni e che, quindi, possono essere estremizzate. Inoltre, ti consentono di giocare con le inquadrature, aspetto verso cui sono molto attento, perché sono insofferente nei confronti delle prospettive centrali. Quando mi ci confronto, mi esce sempre il grandangolo.

Una cosa che ho notato è che nella seconda stagione c’è tanto più ordine, sia dal punto di vista della struttura di sceneggiatura che dal tuo prendere la mano con i personaggi, Stefano. Mi viene da pensare che abbiate collaborato molto di più per “Odio di Palma”, lavorando assieme proprio alla trama.

Vivi e vegeta vol. 2: Odio di palma, copertina di Stefano Simeone

Savino – La verità è che ci siamo soprattutto disciplinati. La prima stagione era nata per il web e con tempistiche di realizzazione molto più stretti. Inoltre dovevamo tenere conto dei tempi di lettura sul web, che sono molto più veloci rispetto a quelli della lettura di un prodotto cartaceo. All’inizio avevamo ragionato soprattutto per episodi, senza pensare a un volume. Poi, insieme a BAO Publishing, abbiamo fatto un lavoro di post-produzione integrando elementi dove necessario, cercando soprattutto di caratterizzare un po’ di più i comprimari e il mondo vegetale.

Nel secondo volume abbiamo ragionato subito sull’unità della storia, in prospettiva di un volume, cosa che ha cambiato e reso più sistematico sia il mio lavoro che quello di Stefano. Il web è stato quasi derivativo. Ma la sinergia tra me e Stefano è stata fondamentale sin dall’inizio ed è il motivo della grandezza e dell’ampiezza dell’universo. Discutevamo di un sacco di idee, quasi tutte finivano sul tavolo e tante nel cestino. Da solo non ce l’avrei mai fatta a dar vita a tutto questo.

Simeone – Ti parlo dell’aspetto grafico della cosa: credo siano passati tre o quattro anni dalla prima pagina disegnata, e io mi vedo migliorato, con chine più materiche e meno incertezze. Anche il fatto che pubblicassimo in formato webcomic ha influito, perché un disegno più dettagliato rallenta il tempo di lettura. Noi volevamo che la lettura di ogni capitolo fosse di sei – otto minuti, quindi ho mantenuto uno stile agile, meno dettagliato. C’è anche da dire che il formato digitale ti consente alcune cose che il cartaceo non permette, di scegliere certe prospettive e certi grandangoli che poi abbiamo dovuto abbandonare in favore della narrazione.

E c’è molta più coralità, oltre al punto di vista aggiuntivo delle palme, che sono una vera comunità. Dobbiamo aspettarci quindi una crescita di questo sguardo di gruppo? Nel primo volume c’era un protagonista il cui gruppo di comprimari è poi diventato sempre più importante. Trattasi di una tendenza oppure volete rimanere liberi di dare a ogni progetto futuro una fisionomia diversa, a seconda dei casi?

Vivi e Vegenta vol. 1, copertina di Gabriele Dell'Otto

Savino – Per me, la tentazione è proprio questa, nel senso che considero chiuso il ciclo che abbiamo raccontato finora. Carl nel secondo volume è meno protagonista ma chiude la sua parabola, si risolve come personaggio. Ora che con lui abbiamo chiuso il cerchio, vorrei dare voce a tutti gli altri; magari anche del passato, come fatto con lo spin-off di qualche anno fa, la storia dei Florengers.

In “Odio di Palma” abbiamo visto l’intervento del dipartimento di polizia dei vegetali, che ci apre un mondo di storie potenziali. Ho voluto recuperare uno dei due personaggi, Basil, nel prequel inedito che abbiamo aggiunto al volume BAO Publishing, con cui ho iniziato a colmare un po’ i buchi della nostra percezione del mondo delle piante. La storia si chiama “Papyrus” ed è disegnata dalla bravissima Margo Tram. I buchi sono stati seminati qua e là proprio nella speranza…

…Di farci incuriosire, sì. Il mondo è talmente grande che ci lasciate con un sacco di domande.

Simeone – A tal proposito, io inizierei il mio dissing personale contro Francesco, la mia polemichetta. Perché un terzo volume di fumetti su Carl, ambientato cento anni dopo, io lo farei.

E poi i cactus vivono molto a lungo…

Simeone – Esatto. In un altro mondo, proprio. L’ho anche già scritto. Meraviglioso. Non ho altro da aggiungere. Chiudiamo l’intervista e apriamo un fight club.

A proposito, l’unica regola di “Vivi e vegeta” è quella di non mostrare mai gli umani?

Savino – Non mostreremo mai gli umani, sì. L’idea iniziale era di farli apparire. Stefano mi ha detto che non dovevo permettermi, mi avrebbe ucciso, perché avrebbe reso la storia un disastro dal punto di vista delle prospettive.

Simeone – “Vivi e vegeta” diventerebbe “A Bug’s Life”.

Savino – Porca miseria, mi è toccato dargli ragione, perché funzionava molto anche a livello narrativo: gli esseri umani risultano tanto più cattivi proprio perché non li vediamo mai. Li facciamo agire in maniera indiretta, mostriamo l’effetto che hanno sul mondo dei vegetali. E questo li rende ancora più inquietanti.

C’è tanta libertà nel vostro immaginario, che avete creato per prendere davvero qualunque direzione. Fin qui, siete stati anche molto allegorici. Resterà una caratteristica della creazione delle storie e dei personaggi o siete aperti anche un po’ al cazzeggio – permettimi – a scelte meno ponderate e più dettate dall’occasione?

Savino – Nella mia idea rimane fisso il connubio tra umorismo – che alcuni definirebbero di bassa lega – fatto di giochi di parole, e sguardo all’attualità e alle cose che propone. Mi piace fondere questi due aspetti. Nello spin-off abbiamo parodiato i super eroi con i fiori, ma anche lì mi è piaciuto inserire il Festival di Sanremo, che è un grande mattatoio di fiorellini, sacrificati su quel palco. Per me uno sguardo all’attualità nelle storie di “Vivi e vegeta” è imprescindibile, ma voglio mantenere un’angolazione un po’ diversa dal solito.

Simeone – E poi io sono convinto che puoi scrivere anche la storia più cazzona del mondo, ma se la fai bene avrà comunque qualche legame con il contemporaneo. Anche solo, non so, per la scelta dei colori. Se sei sincero, non uscirà mai qualcosa di scevro dal presente.

Riguardo ai giochi di parole di cui dicevi prima, sono frutto delle chiacchiere tra voi o è una cosa tua in quanto sceneggiatore, Francesco?

Savino – No, no. Anche Stefano è un killer notevole con le battute e alcune delle migliori sono sue. “Odio di palma” è una sua idea, ad esempio. Io ci metto il mio, un po’ millanto, ma è una cosa che appartiene a entrambi. Ci scambiamo idee e spunti, anche beceri, e poi vediamo in che modo indirizzare le cose.

Ultimissima domanda. Tutti quelli che dovrebbero essere eroi nelle vostre storie sono profondamente contraddittori. Una scelta consapevole? Gli eroi non esistono?

Savino – Secondo me, gli eroi non esistono. Tutti noi abbiamo i nostri momenti eroici e quelli meno. Siamo fallibili, imperfetti, umani e abbiamo voluto trasmettere questa umanità anche ai fiori. Come diceva prima Stefano, non è facile far empatizzare con i fiori e le piante, quindi il nostro impegno è andato in direzione di una umanizzazione in senso ampio dei personaggi. Carl, soprattutto, dice sempre che sono gli altri a vedere in lui un eroe, ma non lo è. La sua forza è capire chi ha di fronte, vedere il buono nel prossimo e farlo emergere. Gli altri, quindi, lo faranno con lui.

Segno di una mia convinzione: la nostra forza non è solo nostra, ma è sempre frutto dello scambio con gli altri.

Simeone – Un eroe senza macchia non esiste. Se non hai ombre e luci in proporzione non sei un eroe, sei un pazzo, come dice Grant Morrison.

 

Vivi e Vegeta

 

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