In occasione di ARF! 2018 abbiamo avuto il piacere di intervistare nuovamente Peter Kuper, vincitore del premio Eisner 2016 con la graphic novel Rovine. Presso lo stand Tunué, l’autore americano ha presentato in anteprima il suo nuovo fumetto, Diario di New York, nel quale ha raccolto storie e illustrazioni di una vita dedicati alla Grande Mela.

Si ringrazia Silvia Bellucci e lo staff di Tunué per la disponibilità.

 

Salve, mister Kuper! Bentornato su BadComics.it!
L’ultima volta che ci siamo incontrati abbiamo parlato di “Rovine”, mentre oggi avremo occasione di discutere di “Diario di New York”. Cosa rappresenta, per lei, questo nuovo libro?

Quarant’anni di vita a New York e tutto ciò che è successo in questo periodo, in termini di influenze su di me e di idee che mi ha dato la città. Che sono considerevoli. C’è un fumetto che ho realizzato in passato, “Il Sistema”, che parla di come si viva a New York, e moltissimo del mio lavoro è influenzato dalla città in generale, dalle persone che conosco, dalla vita nelle strade.

Diaro di New York, anteprima 04

Nell’ultima intervista, parlando di “Rovine”, mi ha detto che avrebbe voluto scrivere libri come quello e non parlare più di politica. Questo nuovo fumetto è un momento di pausa?

No. Quando abbiamo parlato l’ultima volta, probabilmente Donald Trump era già presidente. Potrei averti detto che volevo, ma non credo sia possibile farlo. Non penso che, in coscienza, sia impossibile evitare di parlare di quello che sta succedendo, in un modo o nell’altro. Il che non significa discutere nello specifico di Trump, ma trattare l’argomento dell’attualità. E anche nel libro su New York succede: parlo della mia esperienza e della mia vita, che per lo più non riguarda Trump.

C’è questo strano fumetto che ho realizzato nel 1990, però, in cui Donald Trump è il protagonista e lo vediamo costruire un muro a Manhattan. Ha finito, sfortunatamente, per essere profetico di quel che sarebbe successo, perché nella storia si candidava e diventava presidente. Vorrei tanto poter cancellare quel fumetto, fare in modo che la profezia non si avveri. All’epoca era una fantasia, ora è un incubo, una realtà terrificante.

Ed è qualcosa di cui lei parla moltissimo. Nell’incontro di oggi ha chiesto scusa per Donald Trump. Si tratta di un tema che vuole trattare più approfonditamente, nelle sue storie, su cui vuole che il mondo ponga attenzione?

Rovine, copertina di Peter Kuper

Più che altro è questione di creare una connessione con altre persone che in America percepiscano lo stesso orrore che percepisco io, e poi con persone in giro per il mondo. Il che somiglia di più a quel che faccio nel mio lavoro tutti i giorni, che appare sul “New Yorker” e, ancor di più, sul web. Perché le notizie si evolvono a una tale velocità che, se lavoro a un libro per un anno prima di pubblicarlo, la situazione è già completamente diversa.

C’è una storia che ho pubblicato per un sito web italiano, che si chiama “Graphic News”, in cui parlo specificamente di Trump. L’ho realizzato quando la cronaca era ancora freschissima, ma la situazione, quando la pubblicai, era già cambiata. C’erano personaggi che avevano perso il lavoro presso di lui. La velocità delle notizie è incredibile.

Posso realizzare dei libri che parlano di temi più generali e ampi, come il capitalismo, il colonialismo o le difficoltà dell’ambiente in cui viviamo. Lavorando su Kafka ho l’occasione di farlo, così come occupandomi di “Cuore di Tenebra”, dove in effetti parlo di colonialismo. Queste sono idee che hanno rappresentanza negli eventi di oggi e che mi permettono di discutere anche della contemporaneità, ma non in termini specifici, perché tutto cambia troppo in fretta. Credo sia molto più interessante parlare di qualcosa che sopravvive al momento, all’istante, parlare di questioni che abbracciano il quadro generale dei nostri problemi, i quali non sono legati solo ai singoli personaggi, anche se Donald Trump ti fa credere che sia così. Lui confonde la verità e la finzione in maniera tale che la gente non sa più riconoscere il vero dal falso e inizia a credere che non esista più una verità assoluta.

Non sei nato a New York ma hai comunque un rapporto molto particolare con questa città. Credi che potrebbe essere il teatro del tuo prossimo fumetto, come Oaxaca lo è stato per “Rovine”?

Ho parlato della città un po’ di volte. Magic Press ha pubblicato un mio libro che ne parla, molti anni fa [“Il Sistema” – NdR]. New York influenza un sacco delle cose che faccio, come fa anche il Messico, ma ora come ora sono molto concentrato sulle mie storie tratte da Kafka. Il mio prossimo libro è composto da quattordici storie di Kafka e a suo modo è molto urbano. Una sua componente importante sta nel fatto che considero la natura umana sempre in continuità con se stessa, qualcosa che puoi applicare alla gente, qualunque sia la sua provenienza. E lo faccio con un approccio molto da strada. Il libro ha la qualità dello stencil sui muri, dell’incisione sul legno, di un graffio fatto nel disperato, ultimo tentativo di far sentire la propria voce. Come i segni lasciati sulle pareti di una caverna. E in questo trovo una vicinanza con la città di New York, che è sempre nelle mio vene, ormai.

Qual è il tuo rapporto con i social media?

Diario di New York, copertina di Peter Kuper

Un rapporto continuo. Tengo una certa distanza in termini di partecipazione, perché sarebbe un lavoro a tempo pieno e non posso proprio farlo. Ma sono felice di averli a disposizione, perché se mando una mia idea al “New Yorker”, o a qualche altra rivista, e per caso viene rifiutata, posso comunque pubblicarla sui social. Hanno un potere enorme, di cui sono grato. Riesco più o meno a stare dietro a tutto quel che viene fatto e alle discussioni, ma uso anche i social continuamente per le notizie, perché il mio telefono mi permette di sapere ogni cosa che succede. E questa è una cosa importantissima, per permettermi di trovare nuove idee, perché, come dicevo, le notizie arrivano e cambiano velocissimamente. Quindi, potervi accedere rapidamente, in tempo reale, mi consente di essere pronto la mattina seguente.

Ma sono anche molto sospettoso dei social, come dovremmo essere tutti, anche alla luce di quel che è successo con Facebook. Un perfetto esempio di come la gente possa venire manipolata. Una notizia può essere falsa, ma viaggia a una velocità tale che prenderà piede prima che la gente possa verificarla. Sai, c’è un vecchio detto: le bugie possono fare il giro del mondo prima che la verità riesca ad allacciarsi le stringhe. Ed è ancora più vero con i social media, perché quando qualcuno dice qualcosa si inizia a discuterne prima ancora di sapere se sia vero. Ed è davvero pericoloso. Ma spesso vi si trova anche la verità, informazioni corrette, e i social possono essere uno spazio di discussione per chi altrimenti non avrebbe voce, per un sacco di artisti. Quindi i social media sono un luogo molto contraddittorio. Non sono del tutto a favore, ma certamente non del tutto contro.

Penso alle grandi forze che ci stanno dietro, che ti osservano, riconoscono le tue tendenze e poi ti bombardano con sempre più contenuti, di fatto alimentando la tua piccola bolla di realtà. Succede sia a destra che a sinistra, politicamente. Sperimentano con le cattive notizie, cercando di vedere come orientano il tuo umore. Anche io leggo soprattutto le cattive notizie, perché voglio sempre sapere cosa sta succedendo, ma l’idea che la comunicazione possa, ad esempio, influenzare le tue scelte di spesa mi inquieta. Ed è questa l’idea che ci sta dietro. Guardo un sito per comprare qualcosa, poi magari cambio idea. Nel sito che visito subito dopo, troverò una pubblicità per quella sedia che non ho acquistato. Una cosa davvero inquietante.

A che punto sei con il tuo lavoro sull’adattamento delle storie di Kafka e di “Cuore di Tenebra”?

So che “Cuore di Tenebra” sarà pronto a gennaio e pubblicato nell’autunno del 2019. Il libro su Kafka, invece, è finito. Va in stampa il mese prossimo e a settembre sarà in libreria. Sarà pubblicato da Tunuè a stretto giro, se non sbaglio. Decideranno loro.

Stai lavorando contemporaneamente per il “New Yorker” e a “World War III”. Come riesci a star dietro a tutto?

Domanda impegnativa. Lavoro al “New Yorker” con grande velocità, per lo più. Per riuscire a fare tutto, di solito lavoro sette giorni a settimana, cosa di cui sono felice. Di solito mi prendo una pausa a metà giornata del mercoledì e lavoro tutto il giorno la domenica. E poi lavoro spessissimo di notte. Dopo cena vedo mia moglie, facciamo quattro passi, beviamo qualcosa e poi io mi rimetto sotto. Quando sono davvero vicino a una scadenza, faccio un numero di ore pazzesco, ma sono molto bravo a lavorare sotto scadenza e ho la fortuna che in quei casi le mie capacità creative si svegliano. Sotto pressione, invece di bloccarmi lavoro meglio. Per lo più. Non sempre funziona.

C’è una parte di me che adora pensare alle notizie, cercarvi un’idea e svilupparla. Si tratta di un lavoro effimero, rapidissimo ed esaltante. Come una specie di droga. E non appena finisco un lavoro mi chiedo cosa farò dopo. Non proprio una vita da sereno buddista, ma una che porta molta ansia. Tuttavia è anche quel che mi mantiene sano, perché mi permette di reagire alle notizie in maniera concreta, invece di accettare semplicemente e passivamente quel che succede. Il dubbio che mi viene a volte sul mio lavoro è quanto faccia la differenza. A volte non ho una risposta e mi viene voglia di smettere, mi sveglio la mattina convinto che non abbia senso, quel che faccio. L’apatia è però qualcosa che dobbiamo sempre combattere. Ogni volta che finisco un disegno sento di aver vinto una battaglia contro la sensazione di essere impotente. Fosse anche una battaglia piccola.

Questo è il tuo modo di fare politica?

Sì, è la mia forma di partecipazione. A volte partecipo a manifestazioni, dono dei soldi alle organizzazioni, capita che chiami i miei rappresentanti al congresso, ma per lo più faccio politica con il mio lavoro. Mi metto spesso in discussione. Forse dovrei essere più presente nel dibattito pubblico di quanto non sia, uscire dalla comodità del mio studio. Ma credo, d’altra parte, che la cosa migliore sia utilizzare le proprie abilità nel miglior modo possibile, e il mio lavoro è la maniera in cui posso arrivare alla maggior quantità di persone.

 

Peter Kuper e Pasquale Gennarelli

 

Su richiesta dell’intervistato, vi presentiamo anche le dichiarazioni originali di Peter Kuper, direttamente in inglese, con la traduzione delle nostre domande.

 

Hi, Mr. Kuper! Welcome back on BadComics.it!
Last time we met, we talked about “Ruins” and now we are here for “New York Diary”. What does this book represent for you?

Forty years of living in New York and everything that happened over that time period, and all the influences of the environment and the ideas that gave me, which is a lot. All books, in fact, like The System, which is about life in New York are touched. So much of my work is inspired by the city and the people in know, or the life of the streets.

When we talked about Ruins, you told me that in the future you wanted to make books like that and do not talk about politics anymore. Is this new book a kind of break from that?

No. Probably, when I talked to you Donald Trump was already president and I may have told you those things. But I think that, in good conscience is impossible not to talk about what’s happening politically in a way or another. It doesn’t mean it has to be precisely about Donald Trump, but you have to address what’s happening. Even within the New York Book, that talks about my history and my experience, which is mostly without Trump, there’s this very odd comic, called The Wall, I did in 1990, that has Trump as the mai character. And we see him building a wall in Manhattan. The comic unfortunately became a prophecy, because it told the story of him running for president and winning. I only wish that I could undraw him being a president. It was a fantasy of him being a president and now it’s a nightmare. A very bad reality.

Is this something that you with to put in your future comics more and more? Since you talk so much about it, and you just told the people, at the panel, that you are sorry for Trump, do you want to explore this topic, to attract the attention of the world on it?

More than attention is about the connection with other people in the USA who feel the same horror and then with the rest of the world. It’s more like what I do in my day by day job on the New Yorker, and particularly online, because news changes so fast. If I work on a book for a year, what I’ll be talking about might change. I’ve done a comic, actually, for an italian website, called Graphic News, about Donald Trump. But, by the time it was published, some characters got fired from their job. So the speed of news is so fast.

I can talk about broader topics, like capitalism, or colonialism, or the angst of the environment we live in. Working on Kafka allows me to do this and working on Heart of Darkness gives me the chance to talk about colonialism. These are ideas that are represented also in current events. So I can talk about history and the present at the same time, but not so specific. Cause the news change so fast. I think is much more interesting so write something that lives past the moment, that addresses on a larger scale our problems, which are not because of just individuals, even though Donald Trump makes you think that way. He intentionally confuses truth and fiction so much that people stop knowing what’s true, and start believing that there is no absolute truth. And we will die because of that idea.

You were not born in New York but you have a very particular relationship with this city. Do you think that New York could be a scenery for your next book, like Oaxaca for “Ruins”?

I have done it already a few times. Magic Press published a book about that, many years ago. New York influences so many things I do as does Mexico, but right now, what I’m concentrating on is my Kafka stories. My next book is made of fourteen Kafka stories and it’s very urban. Part of it is the idea that the human condition is very much continuos and you can apply it to the people, no matter where they come from. I have a fairly urban approach. The book has the quality of stencil on a wall or a woodcut or something scratched as our last attempt at being heard. Like the markings of the cave wall. So there’s an association with New York, because it’s in my blood, at this point.

What’s your relationship with social media?

I have a ongoing relationship. I feel still distance in terms of partecipating. I’s such a full time job. I can’t do that. I’m very pleased to have it, cause if I have an idea and I send it to the New Yorker or some other magazines, and they don’t want it, the idea can still get out. It’s so powerful, and I’m very thankful for that. I mostly can keep up with looking at what has been done and discussed, but also I use it all the time for news, because my phone lets know everything that happens. And that is incredibly important to processing ideas, because, again, the news changes so fast. And for me, to be able to access it so fast, as it’s happening, allows me to be ready the next morning.

But I’m very suspicious of social media too, as we all should be, based on what happened with Facebook. It’s a perfect example of the way the people can be manipulated. Something can be false but it travels so fast that before anybody can… you know, there’s an old saying: lies can go around the world before the truth can get it’s shoes on. That’s specially true on social media, because when someone says something, you’re already talking about, everyone discuss it before they know if it’s true. And that’s really dangerous. But sometimes it’s correct and it is true, and can be the forum for people that is otherwise voiceless, and a lot of artists. So social media is a very mixed place. I’m not all for it and certainly not all against it.

I think about the forces behind this thing, when they look at you and identify your direction, and then they send you more and more, basically feeding you bubble. That happens on both the right and the left. They experiment with how much the bad news affects you mood. I look specially at the bad news because I wanna know what’s going on, but the idea that it can influence your shopping is awful. And that’s the idea behind it. If I look at a website to boy something, and maybe I don’t buy it, the next website I go to has an add for that chair. And it’s really kind of disturbing

At what point are you with Franz Kafka’s novel adaptation and “Heart of Darkness” adaptation?

I know Heart of Darkness will be done in January and published in the fall of 2019. The Kafka book is done, all wrapped up. Goes to the printer next month and will be out in september. It will be published by Tunué, probably in close time. That’s their decision.

At the same time, you are working even on “The New Yorker” and on “World War III”. So the question is: where do you find the time to do everything?

Very big question. New Yorker is very fast for the most part. In order to make all of this possible, I usually work seven days a week, which I’m very happy doing. I usually take a break in the middle of the day on a wednesday and work all day sunday. I also work at night, many times. After dinner I see my wife, we take a walk, we get a drink and then I go back to work. And when I’m really cruch on a deadline I work a ridicoulus amount of hours. But I’m very deadline oriented and fortunate that my creative tendencies are better near a deadline. So, instead of freezing I get creative, under pressure. Mostly. Sometimes, is not so good. There’s some part of me that loves processing news, getting an idea and run with that. It’s really short lived so there’s excitement. Is like heroin. And almost as soon as it come out I ask myself what will I do next. Not very buddhist. There’s an anxiety attached. But on the other hand is what keeps me much saner, because I’m responding to the news in a concrete way, rather than just feeling that something happened. How much this makes a change? This is the doubt that sometimes makes me not want to work anymore. Sometimes I wake up the morning and I think it really doesn’t matter. Apathy is what we must fight against. Everytime I do a drawing, I feel like a won a battle against believing that there’s nothing I can do. Even if it’s a small battle.

Is this your way to be a politician?

Yes. Is my participation. I occasionally march, give money to an association, sometimes call my congressman, but most of what I do is through my work. I always question myself. Should I be more out there than I am? Out of the comfort of my own studio? But on the other hand I think is best to use whatever skill you have in any way you can and this is my best way to reach the largest number of people with these ideas.

 

 

Traduzione a cura di Claudio Scaccabarozzi

 

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