All’ultima edizione di Più libri più liberi, fiera letteraria della piccola e media editoria svoltasi lo scorso dicembre a Roma, abbiamo colto l’occasione per fare qualche domanda a Bruno Cannucciari, artista di Kraken, graphic novel scritta da Emiliano Pagani (Don Zauker) e pubblicata da Tunué.

 

Ciao, Bruno, e benvenuto su BadComics.it!
Come sei arrivato a scegliere questo stile, questa soluzione grafica così particolare per “Kraken”?

Kraken

Dal punto di vista dello stile grafico, volevo fare qualcosa che non assomigliasse affatto ai miei lavori precedenti, come ad esempio “Lupo Alberto”. Non volevo risultare riconoscibile: sarebbe stata una scorciatoia utilizzare qualcosa che ricordasse il mio lavoro. Volevo invece andare un po’ senza rete.

Ho cercato di fare una sorta di linea chiara sporca, un disegno preciso, non necessariamente realistico. Credo che quello che illustri al meglio la realtà sia il disegno grottesco, perché mostra le persone per quello che sono, con tutte le loro incongruità: teste grandi, braccia corte, pance… Volevo illustrare la realtà per quello che è e sporcarla con il pennello secco, una cosa che mi dà proprio piacere fisico. Ci sono delle scelte che si compiono anche solo per il puro piacere di realizzarle.

E poi, per quanto riguarda il colore, Emiliano e io ci siamo messi d’accordo: gli ho suggerito questo verde perché il bianco e nero, anche con la presenza di grigi, avrebbe sì restituito esteticamente il plumbeo ma la storia conteneva anche qualcosa di marcio e decadente. Così abbiamo scelto questo colore, che non avrebbe dato spazio ad altri. È opprimente, una sorta di cappa nella quale eravamo sia noi che disegnavamo e scrivevamo, sia il lettore.

Un’ossidazione vera e propria, insomma.

Esatto! La cosa curiosa è che il colore della copertina è un acrilico che si chiama proprio Verde Ossido di Cromo!

Avete scelto di indagare le profondità del mare creando delle mostruosità oscure e scendendo nell’ignoto, nel mistero. Come hai creato questa tipologia di mostri?

Ci siamo sentiti molto liberi. “Kraken” è il termine norvegese che identifica il grande calamaro gigante, ma in senso lato è diventato il mostro marino inconoscibile, quello di cui ogni leggenda racconta una versione differente.

Questo aspetto mi piaceva: creare un mostro senza confini o misure, percepito per macchie, gigantesco. C’è una doppia splash page che ne illustra perfettamente le dimensioni, e se avessi avuto più spazio lo avrei fatto ancora più grande. È la paura proveniente dal nostro immaginario, che si gonfia e muta con l’età a seconda delle nuove paure che si aggiungono a essa.

I personaggi vengono trasfigurati dalle emozioni (tendenzialmente legate all’esclusione del reietto), ma un conto è tratteggiare una creatura fantastica, un conto è rendere grottesco l’essere umano…

Sono partito da una definizione presa da uno spettacolo di Giorgio Gaber, “La bruttezza è psicosomatica“: te la fai da te, con le tue meschinità e la tua cattiva coscienza. La mostruosità è interiore, e nel momento in cui esce fuori modifica i volti. Anche dal punto di vista delle vignette, quando essa esce fuori, diventano sghembe.

Emiliano e io volevamo dare il senso di una scossa tellurica, mantenendone la memoria, sapendo che sarebbe potuta tornare. Un senso di inquietudine in cui calare il lettore, perché noi stessi eravamo inquieti quando abbiamo realizzato la storia.

La tentazione poteva essere quella di realizzare tanti dipinti in successione, invece hai conservato sia il codice del dipinto sia la forza del Fumetto: com’è stato creare una sinergia tra le due tipologie di linguaggio?

Tutto è nato dalla necessità di sperimentare quante più tecniche possibili, dato che Emiliano e l’editore me lo permettevano. Abbiamo sempre pensato di fare tutte queste cose, anche le più enormi: nulla è puramente estetico. La storia richiedeva dei grandi slanci, ma per il resto volevamo essere serrati nella narrazione.

Le ultime tavole le ho fatte in tempi ristretti, non per questioni di scadenze ma perché volevo starci dentro. In quei casi inizi a lavorare sul gesto: certe immagini le risolvi in modo pittorico, o anche solo con una semplice svirgolata fatta bene, che è sufficiente. Crea un rapporto tra me e il lettore: io ti mostro come disegno, poi ti creo un pathos e io e te siamo in quella stessa svirgolata del pennello veloce.

Nelle ultime tavole è tutto talmente serrato che non puoi fare a meno di soffermarti su ogni singola vignetta.

Rinuncio, come codice, alla linea cinetica. In particolare, le ultime scene sono onde e macchie. La luce permette di vedere poco o nulla. Abbiamo realizzato che era l’unico modo per rappresentarla, ma avevamo pensato anche a squarci di luce, alla luna.. volevamo dare l’idea dell’atrocità del banale. Il mostro della porta accanto.

Ci parli della scelta di questa carta? Sei soddisfatto del risultato?

Ho scoperto da poco i fogli Canson Angouleme. Non sono lisci ma leggermente ruvidi, e tengono benissimo il pennello secco, utilizzabile all’infinito. Inoltre reggono i pastelli, l’acrilico… dei fogli assolutamente versatili. Reggono meno il pennino, ma tanto in questa storia non l’ho usato. È una carta che dà grandi soddisfazioni. Cerco di comprare sempre materiali di buona qualità, così se poi il lavoro viene una schifezza la colpa è della mano!

Queste illustrazioni saranno, prima o poi, disponibili in altri formati?

In realtà, mi piacerebbe molto fare delle illustrazioni, lavorare anche su formati enormi. Ormai i personaggi e l’ambiente ce li ho nella mano e vorrei sperimentarli su grandi dimensioni. Quando inizi a disegnare su una cosa che ti piace non vorresti mai smettere.

 

 

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