È sempre un momento bellissimo, quasi magico, quando un film riesce a sorprenderti ed emozionarti, a dispetto di tutte le critiche, anche feroci, che ne avevano preceduto l’uscita in sala. È la dimostrazione di quanto il medium cinematografico possa essere un’arma potentissima, se posta in sapienti mani in grado di maneggiarla con destrezza.

Bene, Fantastic 4 – I Fantastici Quattro, non è niente di tutto questo, nemmeno lontanamente.

Il lungometraggio diretto da Josh Trank, reboot di uno dei franchise storici della Marvel Comics, è un lavoro di pessima fattura, sotto ogni prospettiva, tanto da riuscire ad affossare le già bassissime aspettative dello spettatore sin dai primi minuti, nei quali vengono introdotti le giovani versioni di Reed Richards e Ben Grimm, per spiegare la ragione della grande amicizia tra i due, e giustificare l’inutilità del secondo nella trama. Non che poi gli altri protagonisti siano qualcosa di memorabile, va specificato.

Ma facciamo un passo indietro: aprioristicamente, non c’è nulla di male nel rivisitare un quartetto di supereroi nato nel 1961, grazie al genio dei leggendari Stan Lee e Jack Kirby. La stessa Casa delle Idee nei primi anni del XXI secolo lanciò la linea Ultimate, che andava a raccontare le avventure dei personaggi più noti della Marvel in chiave moderna e più adulta, poiché questi appartenevano a un’altra Terra di una realtà alternativa (per la precisione, Terra-1610). Appare giustificato, quasi fisiologico, dover rinnovare qualcosa che ha visto la sua genesi oltre mezzo secolo fa, per proporre ai lettori più giovani qualcosa di nuovo e fresco: difatti, l'”esperimento Ultimate” fu un successo, almeno per i primi anni, dando vita a un nuovo affresco davvero originale e stuzzicante di personaggi come Spider-Man, gli Avengers (ribattezzati Ultimates), gli X-Men e, ultimi ma non ultimi, anche i Fantastici Quattro.

Proprio alla versione più recente della famiglia di supereroi più famosa d’America il film in questione cerca di rifarsi, fallendo clamorosamente, poiché incapace di evidenziare i punti di forza e interesse di questi bellissimi personaggi, riducendo tutto a una disgustosa macchietta.

La storia del film vede Reed Richards scoprire sin dall’infanzia il teletrasporto, cioè la capacità di spostare oggetti e poi esseri viventi dalla nostra dimensione a un’altra, ribattezzata nel film dapprima come “Quarta Dimensione” e poi come “Pianeta Zero” (perché?). Subito il grande genio di Richards viene notato dal dottor Franklin Storm, uno dei membri della pionieristica Fondazione Baxter. Lo scienziato prende subito con sé il giovane e promettente Reed, l’unico in grado di trovare quella variabile nell’equazione che consente il viaggio interdimensionale: in sostanza, aveva aggiunto qualche accessorio in più alla macchina per il teletrasporto. Richards si troverà subito a fare squadra con la figlia adottiva (e di origine kosovara!) di Storm, Susan, la quale è una grande esperta nello scoprire e risolvere qualsiasi schema (ma solo se ascolta la giusta musica nelle cuffie dell’iPod, se no niente): fra i due si instaura subito un rapporto di odio/amore basato su una scontatissima competizione (“vediamo, chi è più bravo?”), che dovrebbe essere il banalissimo preludio alla relazione sentimentale fra i due. Non contento del suo team, il dottor Storm va a stanare anche l’enigmatico Victor von Doom, il quale aveva lavorato al progetto prima di Reed, non riuscendo mai a completarlo con successo: a causa di questo fallimento, Victor è divenuto uno “spaventosissimo” blogger anarchico e ribelle, che passa il suo tempo davanti a decine di schermi di computer in uno scantinato buio e maleodorante. Quando Storm gli propone di tornare a lavorare a quello che è il suo sogno, von Doom semplicemente si accerta della presenza di Susan nel team (che da bravo stalker sociopatico ama segretamente): quando scopre che la risposta al suo quesito è affermativa, il giovane scienziato paranoico si presenta ai laboratori della Baxter sbarbato e con un nuovo taglio di capelli (Susan avrà apprezzato?). Ancora, il dottor Storm decide anche di aggiungere alla squadra il suo figlio biologico e scavezzacollo, Johnny, il quale nel frattempo sfoga la sua rabbia di giovane incompreso costruendo macchine da competizione e correndo in gare clandestine, in modo fallimentare, peraltro. Quindi da bravo padre, Franklin decide di dare una seconda chance a suo figlio, così che possa meritarsi la “paghetta” per comprare una nuova macchina. Vi starete chiedendo cosa c’entri Johnny Storm con i tre suddetti cervelloni, giusto? La risposta che viene fornita allo spettatore è, letteralmente, “perché è bravo a costruire cose“.

Ma basta con i preamboli, perché questo straordinario team ci riesce! Reed, Sue (che odia farsi chiamare Susan), Victor e Johnny hanno inventato il teletrasporto! Come? Non è dato saperlo, ma cosa volete che importi. Ovviamente, gli imprenditori cattivi in giacca e cravatta che avevano finanziato il progetto decidono di toglierlo subito dalle mani di coloro che gli hanno dato vita per venderlo al governo. Eh no, non si fa: così i tre componenti maschili della squadra decidono di ubriacarsi ed essere loro a fare il primo viaggio (da sbronzi) sul Pianeta Zero, per piantare una bandiera degli USA e poter dire a tutti “siamo arrivati prima noi”. In preda all’ubriachezza molesta (“l’etanolo fa male“, cit. Reed Richards), colui che un giorno sarà Mister Fantastic decide di chiamare nel cuore della notte il suo buddy Ben, il quale sta beatamente dormendo presso l’officina dove lavora: Reed spiega a Ben che non potrà mai fare questa cosa senza il suo amico di sempre, che ha bisogno di lui a tutti i costi. Il prode Grimm si paventa in pochi minuti presso i laboratori e i quattro sono pronti a compiere questo grande passo per l’umanità. Inutile dire che questa esperienza si rivela un disastro, nel quale Victor perde apparentemente la vita, e gli altri tre componenti, oltre a Susan, giunta in loro soccorso, vengono colpiti da questa strana forma di energia che impernia il Pianeta Zero. Questo evento dona loro straordinari poteri: Reed è ora capace di allungarsi e modificare a suo piacimento la forma del suo corpo, Sue di divenire invisibile, Johnny di prendere fuoco e volare, mentre il povero e ignaro Ben diventa un mostro di pietra indistruttibile e dotato di forza sovrumana.

I quattro diventano subito soggetto di esperimenti da parte del governo, che decide di utilizzarli come arma in missioni militari ad alto rischio. Ma Reed non ci sta e si dà alla macchia, non prima di aver promesso al suo amico Ben di trovare una cura.

Passa un anno (non solo nella trama del film ma anche nella mente dello spettatore che medita la fuga). Alla fine, si scoprirà che Victor non è davvero morto, ma si è tramutato in un mostro di metallo in grado di controllare al meglio la potentissima energia della Quarta Dimensione, cosa che lo rende praticamente inarrestabile. Dopo un anno trascorso in solitudine sul pianeta alieno, quello che è divenuto il Dottor Destino decide di vendicarsi, distruggendo la Terra mediante la creazione di un buco nero. Toccherà al quartetto di amici dotati di superpoteri fermarlo. Come ci riusciranno? Con una scazzottata quatto contro uno nella quale Victor verrà sconfitto (giuriamo) grazie a un cazzottone della Cosa (urlante “È tempo di distruzione!“), in una battaglia che ricorda le dinamiche di quando da bambini, seduti sul pavimento della nostra cameretta, mettevamo le nostre quattro action figures preferite contro il mostro “più cattivissimo” che avevamo nel nostro reparto giochi personale, fosse questo Godzilla o il tirannosauro di Jurassic Park (e probabilmente le trame che imbastivamo nelle nostri menti di bambini erano anche più intricate e appassionanti).

Che dire ancora? Il film di Josh Trank è spazzatura sotto ogni aspetto, il che risulta davvero inspiegabile dopo quanto il giovane regista americano aveva saputo fare con l’apprezzabile Chronicle. In sintesi, e senza annoiarvi troppo, Fantastic 4 – I Fantastici Quattro è un film impostato su una storia scontata e scritta male, girato peggio, con scelte registiche davvero pittoresche e amatoriali, effetti speciali rozzi e raffazzonati e un montaggio che sembra quello di un corto partecipante a qualche concorso per studenti delle superiori.

Non c’è davvero nulla che si salvi in questo lungometraggio, compresa la caratterizzazione dei personaggi che risulta abbozzata e superficiale. Lo stesso Dottor Destino, uno dei villain più affascinanti e di spessore della Marvel, risulta come un mostro pazzo da film horror di serie B.

In conclusione: non sappiamo perché questo film sia stato così tanto voluto, non sappiamo perché sia stato così realizzato, non sappiamo perché lo abbiamo visto. Sappiamo solo che di roba così non ne vogliamo, in primis perché irriguardosa verso un’opera a fumetti che ha un ingente valore storico, e come tale va trattata e rispettata. Reed, Sue, Ben, Johnny, perdonateci: voi siete Fantastici, questo film no.